Due attrici da avanspettacolo nel teatro di “La7”
Tutti coloro che hanno assistito, basiti, alla puntata di 8½ andata in onda il 10/6 sanno bene che non si è trattato di un’intervista al gen. Vannacci, ma di una messa in scena di pessimo giornalismo: un piccolo, squallido teatrino fondato sul classico 2 contro 1. Lilli Gruber e Lina Palmerini, giornalista del Sole 24 Ore, contro Roberto Vannacci, l’unico ospite “non allineato”. Un copione tipico, già visto a 8½, ma che questa volta ha raggiunto livelli quasi caricaturali. Lilli Gruber, fedele alla sua “storica figura”, uno stile appreso alla stessa scuola dell’Annunziata dei tempi andati, che qualsiasi spettatore realmente democratico (ovviamente non di sinistra) considera inaccettabile, ha sfoderato il peggiore repertorio possibile: interruzioni a raffica, domande sovrapposte, tono inquisitorio e quella tipica postura da “io so già dove vuoi andare, quindi ti ci porto io”. Il risultato? Un dialogo che dialogo non è, perché quando l’ospite tenta di articolare una risposta, la domanda successiva è già pronta a soffocarla. Un metodo che, nell’interpretazione di uno spettatore che vorrebbe toni civili, risulta semplicemente inaccettabile. Non è giornalismo: è regia di bassissima lega, tipica dei talk-show di sinistra. Una regia politica attivata sistematicamente quando l’ospite è distante dalla linea del programma e, in particolare, dalla conduttrice. Ma il vero elemento che ha colpito i telespettatori è stato un altro: Lina Palmerini. La giornalista del Sole 24 Ore, solitamente misurata, nel corso della trasmissione appariva impegnata in un ruolo diverso: quello di spalla di rincalzo della Gruber, rivestendo senza alcun ritegno un ruolo semplicemente disdicevole, quello della complice “dichiarata”. Occhiate d’intesa, micro-espressioni di approvazione reciproca, piccoli cenni che tradivano un’unica strategia: fare muro. Eppure, nonostante questo affannoso duetto difensivo, il risultato è stato l’opposto di quello sperato. Gli spettatori hanno potuto osservare chiaramente che Vannacci, sempre coerente con le sue linee rosse di pensiero invalicabili, non è apparso intimidito né messo all’angolo. Anzi: sembrava trovarsi perfettamente a suo agio nella fossa dei leoni, ma con la calma di chi i leoni li ha già studiati, capiti e, metaforicamente parlando, si è mangiato anche le criniere. Il paradosso della serata è stato proprio questo: più la conduzione cercava di incalzare, più l’ospite rispondeva con sicurezza; più le due “spalle intellettuali” tentavano di costruire un fronte compatto, più emergeva la fragilità di un ruolo in cui sia la Gruber che la Palmerini sembravano attendere solo che la trasmissione arrivasse al termine quanto prima. Questo teatrino giornalistico ha semplicemente rafforzato il ruolo di protagonista assoluto e vincente di Vannacci. Chi fosse di opinione contraria e non avesse visto la puntata è invitato a rivedere la replica per intero. Il risultato finale è stato un talk show che ha perso l’occasione di essere un confronto e si è trasformato in un pallido e fallimentare tentativo di contenimento. Un tentativo che, però, non ha retto. E quando un programma che si presenta come spazio di approfondimento politico scivola nella strumentalizzazione evidente, il danno non è solo televisivo: è culturale. Perché un talk show può essere schierato, può essere critico, può essere duro, ma quando smette di ascoltare, smette anche di essere democratico. Vannacci questo, ovviamente, lo sapeva e ha dimostrato come far rientrare nella gabbia del ridicolo dei leoni forti con i deboli e deboli con i forti.
