Dal Codex Tenebrarum: La caduta del Re del Frastuono
“Non tutto ciò che svanisce muore. Non tutto ciò che resta vive.” Frammento 7, Codex Tenebrarum
Si racconta che, in un’epoca in cui il sole sembrava un occhio stanco e la luna un’unghia spezzata, esistesse un sovrano il cui nome non doveva essere pronunciato. Nei manoscritti lo chiamano Rex Fragor Donald, il Re del Frastuono.
Il suo regno non era fatto di pietra, ma di clamore. Le sue mura erano urla. Le sue torri, minacce. Il suo trono, un vortice di echi che divorava ogni silenzio.
I monaci del tempo scrissero che Rex Fragor Donald non camminava: vibrava. Che non parlava: scuoteva l’aria. Che non governava: imponeva tempeste.
Eppure, in quelle stesse pagine, compare un’altra figura: Giorgia la Guardiana delle Ore, colei che custodiva il tempo come altri custodiscono reliquie proibite.
La sua dimora era una torre solitaria, costruita non sulla terra ma sul passare delle stagioni. Le sue clessidre non misuravano il tempo: lo giudicavano.
I monaci scrissero che la Guardiana Giorgia non temeva Rex Fragor Donald. Non temeva il suo clamore, né la sua furia, né il suo castello di rumore. Temeva solo una cosa: la dimenticanza, perché la dimenticanza è più potente della morte.
Un giorno, un pellegrino giunse alla sua torre, tremante come una candela al vento. Chiese: “Che ne sarà del Re del Frastuono Fragor Donald, che sfida persino il cielo con la sua voce?”
La Guardiana posò la mano su una clessidra nera, la più antica. E disse parole che i monaci trascrissero con inchiostro di cenere:
“Io sarò qui quando il suo frastuono avrà trovato la sua vera dimora. E la sua vera dimora non è in questo mondo.”
Il pellegrino fuggì, portando con sé quelle parole come una maledizione.
Quando Rex Fragor Donald le udì, rise. Una risata che fece sanguinare le campane delle cattedrali. Una risata che incrinò i vetri dei monasteri. Una risata che fece tremare persino le ombre.
Ma il tempo non ride.
Il Codex narra che, nella notte del Solstizio Nero, il castello di rumore iniziò a vibrare come un animale ferito. Le urla che lo sostenevano si spezzarono. Gli echi si ribellarono. Il frastuono, stanco di essere schiavo, si rivoltò contro il suo padrone.
E Rex Fragor Donald fu inghiottito.
Non morì: fu trascinato in un’altra dimensione, quella dove finiscono i sovrani che hanno creduto di poter urlare contro il tempo. Una terra di clamori senza corpo, di promesse senza volto, di echi che non ricordano più da dove provengono.
Giorgia la Guardiana delle Ore, invece, era ancora nella sua torre. La clessidra nera aveva smesso di scorrere. Il suo compito era compiuto.
E i monaci, tremando, scrissero l’ultima riga del capitolo:
“Il frastuono è un regno breve. Il tempo è un regno eterno.”
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