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Covid e precarietà del lavoro

Lettere scritte dall'autore  carla morichi

Dall’inizio della pandemia non smetto di chiedermi come mai nel pubblico dibattito non sia mai emerso lo stretto legame tra precarietà del lavoro e trasmissione del virus. Oggi più che mai, in presenza di focolai in realtà caratterizzate da contratti di lavoro sopravvissuti a contrabbandati tentativi di stabilizzazione come società di logistica, macelli ecc., risulta più che mai evidente come i lavoratori, posti di fronte al ricatto della perdita dei loro mezzi di sussistenza, siano costretti a non denunciare eventuali loro positività al virus trasformandosi, loro malgrado, in untori delle loro famiglie e dell’intera comunità. Aggiungasi, che sempre in determinate realtà, prolifica il ricorso a manodopera irregolare e/o priva di permesso di soggiorno inserita in complessi abitativi degradati e promiscui.
Ritengo che non sia ulteriormente possibile ignorare di fronte a tutto ciò come la precarietà sia un problema non solo per chi direttamente la subisce, ma per l’intera comunità troppo spesso inerte di fronte a tali forme di moderna schiavitù eufemisticamente denominata flessibilità del lavoro.

L'autore ha scritto 1 lettera, clicca per dettagli sulla pubblicazione.

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2 commenti

  1. 1
    Yog -

    Dove lavoro io ti puntano una pistola termica alla testa e se hai più di 37,5 ti abbattono senza troppi clamori facendo fuoriuscire un punzone metallico quadrangolare che penetra poco a destra rispetto al corpo calloso, è giusto così perché la società deve essere garantita.

  2. 2
    Ponny81 -

    In una società in cui l’unico scopo è produrre ricchezza (solo per pochi), con la globalizzazione che ha messo in competizioni tutte le economie mondiali sorvolando sugli evidenti divari sociali….
    Tutto il resto, purtroppo, è in secondo piano.

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