C’era una volta Trento, una delle più belle città d’Europa!
Trento continua a raccontarsi come una città-modello, un luogo dove qualità della vita, innovazione e sostenibilità convivono in un equilibrio quasi perfetto, ma questa immagine patinata si sgretola non appena si osserva ciò che accade davvero sul territorio. Il servizio di Fuori dal Coro di domenica 19 aprile ha fatto esplodere la fiaba nazionale di Trento come tra le migliori città più vivibili d’Italia, una “fiaba fake” per i turisti; la realtà delle telecamere ha mostrato ciò che molti cittadini vedono da anni: spaccio diffuso, risse improvvise, violenza, degrado, sparatorie, zone franche dove la presenza dello Stato è presente visibilmente solo durante il Festival dell’ Economia e dove la narrazione ufficiale si scontra al primo contatto con la realtà. E mentre tutto questo accade, l’Amministrazione comunale storicamente “progressista”, continua a investire energie e risorse in ciò che è più facile da mostrare: chilometri di piste ciclabili inaugurate con entusiasmo, nuove telecamere annunciate come soluzioni miracolose, riqualificazioni estetiche che servono più a rassicurare la comunicazione istituzionale che a risolvere i problemi reali. È una strategia che punta alla superficie, non alla sostanza. Le ciclabili sono perfette per le fotografie, le telecamere sono perfette per i comunicati stampa, e per i depliant turistici della Pro Loco, le inaugurazioni sono perfette per i social. Ma intanto i punti caldi della città restano abbandonati a sé stessi: le Albere, la stazione, i giardini, i parchi, alcune vie del centro come Piazza Santa Maria Maggiore e zone limitrofe, Piazza Fiera e Via Santa Croce nonché diverse periferie e vicoli nascosti del centro storico, continuano a essere territori dove lo spaccio avviene alla luce del giorno, dove le risse esplodono senza preavviso, dove le autovetture di notte vengono periodicamente vandalizzate, dove i cittadini sono costretti a convivere con un senso di insicurezza che non compare in nessun dossier ufficiale. Le telecamere, presentate come la grande risposta tecnologica al degrado, registrano tutto ma non impediscono nulla. Riprendono aggressioni, spaccio, vandalismi, ubriachezza molesta, ma non c’è un presidio che intervenga in tempo reale. È la sicurezza passiva, quella che osserva ma non agisce, quella tipica delle Amministrazioni di sinistra che produce immagini ma non soluzioni. E mentre l’Amministrazione continua a installare nuovi occhi elettronici, i cittadini si chiedono che senso abbia moltiplicare gli strumenti di sorveglianza se poi nessuno presidia davvero il territorio.
Il caso delle “Albere”, decadente “genialata” dell’ archistar di sinistra Renzo Piano è il simbolo più evidente di questa contraddizione, e forse il più amaro. Un quartiere nato sulla carta come fiore all’occhiello della Trento del futuro, progettato per essere un polo di innovazione e qualità della vita, venduto ai cittadini attraverso spot pubblicitari che mostravano canali navigabili, barche che arrivavano direttamente alle abitazioni, un’idea quasi veneziana di modernità alpina. Una promessa che ha sedotto molti, un’immagine idilliaca che ha fatto credere a un nuovo modo di vivere la città. Ma la realtà è stata ben diversa: i canali non sono mai esistiti, ci sono solo delle vasche chiuse paradiso delle zanzare in estate che infestano la città, le barche non sono mai arrivate, e i canali sono rimasti sulle locandine che tappezzavano la zona all’epoca dell’inizio dei lavori, per poi sparire velocemente e probabilmente distrutte per non lasciare traccia documentale… e ciò che doveva essere un quartiere vivo e pulsante, un vero quartiere d’élite è diventato un’area semi-deserta, percepita e vissuta come insicura, dove lo spaccio ha trovato terreno fertile e dove il degrado ha attecchito con una rapidità sorprendente. E non è tutto: i garage del complesso, costruiti senza adeguate protezioni dall’acqua piovana, si allagano regolarmente quando piove, trasformandosi in vasche improvvisate che mettono a rischio auto, impianti e sicurezza. Un problema noto da anni, che ha generato rabbia e frustrazione tra i pochi residenti, costretti a convivere con infiltrazioni e danni che non avrebbero mai immaginato acquistando un immobile presentato come simbolo di modernità. Appartamenti per lo più totalmente invenduti dove solo alcune attività di liberi professionisti hanno preso piede e qualche bar… A questo si aggiunge un altro elemento che molti cittadini conoscono bene: le derattizzazioni. Non occasionali, non straordinarie, ma ripetute. Perché nel quartiere, oltre ai problemi strutturali, si è aggiunta l’invasione di topi e conigli provenienti dal vicino greto dell’Adige, un fenomeno che ha trasformato un’area che doveva essere un gioiello architettonico in un luogo dove la fauna selvatica entra nei garage, nei cortili, negli spazi comuni. Una situazione che stride in modo clamoroso con la narrazione iniziale, con le promesse, con le immagini patinate che avevano convinto molti cittadini che quello sarebbe stato il quartiere del futuro. Non parliamo poi delle strutture esterne degli edifici dove il legno, già completamente marcio pochi anni dopo la messa in opera, fa bella mostra di una bruttura e una decadenza ambientale senza pari, in quanto “progetto green” con legno “non trattato”! Hanno intitolato una via al grande uomo Adriano Olivetti, ma dovevano intitolare quella via a “Renzo Piano” e sotto la dicitura: “a memore ricordo di uno scempio urbanistico”. Le forze dell’ordine intervengono, certo, ma quasi sempre quando è già troppo tardi: dopo una rissa, dopo un’aggressione, dopo una segnalazione. Non perché non vogliano prevenire, ma perché non vengono messe nelle condizioni di farlo. Senza un presidio costante, senza una presenza visibile e continuativa, il territorio si svuota di controllo e si riempie di chi approfitta di quel vuoto. E mentre la città si concentra su ciclabili e telecamere, i cittadini si ritrovano a vivere in una realtà che non assomiglia più alla narrazione ufficiale. La distanza tra ciò che viene raccontato e ciò che viene vissuto è diventata un abisso. Trento non ha bisogno dell’ennesima pista ciclabile né dell’ennesima telecamera puntata su una piazza già sorvegliata: ha bisogno di politiche che riconoscano la realtà, non che la nascondano dietro una patina di modernità. Ha bisogno di una strategia di sicurezza concreta, di una presenza stabile nei punti critici, di un piano che non si limiti a osservare il degrado ma lo affronti. Perché la qualità della vita non si misura con gli slogan, ma con ciò che i cittadini provano quando attraversano la stazione, quando passano per le Albere, quando portano i figli nei parchi o ai giardini. I prezzi degli immobili nelle zone calde della città sono crollati vertiginosamente ma rimangono ormai invendibili, le attività commerciali chiudono ogni giorno, via del Suffragio una volta ridente scorcio storico pieno di vita e di molteplicità di attività commerciali è diventato un deserto di immobili vuoti e di nostalgici ricordi ormai lontani nella memoria dei trentini. E oggi, per molti, quella sensazione non è più tranquillità: è rassegnazione e rabbia. La domanda che resta sospesa è inevitabile: si continuerà a investire in immagine, o si avrà finalmente il coraggio di intervenire dove la città sta davvero sgretolandosi? Speriamo almeno che l’elettorato trentino alla prossima tornata elettorale si ricordi di come la Giunta comunale presieduta da un ex esponente della Cgil, ovvero l’attuale Sindaco di sinistra, ha lasciato miseramente decadere la vivibilità di una città, un tempo tra le più belle d’Europa. Ma ci sono anche altre responsabilità molto più in alto che dovrebbero intervenire adeguatamente per assolvere ai loro compiti istituzionali. E cosa fanno? I trentini se lo chiedono ogni giorno vedendo un senso di indecorosa impotenza istituzionale: basta pensare che l’ultima sparatoria è avvenuta a pochi metri dal Commissario del Governo!
Lettere che potrebbero interessarti
Categorie: - Riflessioni
