Il cambiamento e la perdita di sé
di
Suzanne
Riferimento alla lettera:
I cambiamenti spaventano un po' tutti, questo è indubbio, ma come fare quando determinano una perdita di continuità nella propria identità? Da piccola fantasticavo ad occhi aperti di poter vagare nello spazio con una sorta di casa-navicella in cui erano riunite tutte le persone a cui volevo bene. L'estrema rappresentazione...
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Data di pubblicazione: 22 Gennaio 2017 - Views: 1
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Categorie: - Me stesso

Vic, ma non è che stai un pelo impaludato?
Vic, speriamo che il mare dove si arriva non sia in tempesta;)
Vic ha posto il punto su una questione importante: la differenza cambiamenti VOLUTI e cambiamenti SUBITI. Sono indubbiamente due cose molto diverse quando li si vive in prima persona. Personalmente, tutte le volte che ho affrontato dei cambiamenti di qualche tipo non ho mai perso nulla, ma semmai ho ACQUISITO qualcosa. Ci sono cambiamenti che sono assolutamente necessari ( anche se non voluti ) e che non potremo in nessun modo evitare, e a volte questi cambiamenti, pur comportando di per sè delle perdite, dall’ altra parte possono rappresentare addirittura un’ opportunità, per giungere a qualcosa di ancora più “vasto”. Parlo in senso lato, e mi riferisco a TUTTI i campi della vita, non solo a quello prettamente amicale di cui ci parla Suzanne. Da questo punto di vista, è indubbio che opporsi a tutti i costi a qualsiasi cambiamento comporta non solo una dispersione inutile di energie e l’ elevazione di “muri” invisibili che ci bloccano, ma anche un danno vero e proprio in termini di guadagno sia materiale, sia affettivo che spirituale. Le persone che si ostinano a non cambiare e a non fare determinate scelte, anche contro un’ evidente situazione negativa, sono insomma persona “non cresciute”, rimaste ad uno stadio “infantile” a causa delle loro numerose insicurezze. In fondo anche non scegliere è pur sempre una “scelta”.
In realtà molti cambiamenti si rivelano
poi positivi visti ex-post,
ma inizialmente un cambiamento porta dei dubbi
e a volte delle sofferenze.
E’ la vita stessa che ci porta davanti alle scelte
e ci mette in un determinato bivio, noi possiamo scegliere se andare a destra, a sinistra ,restare
fermi o qualche volta, ma non sempre andare indietro, il tempo passa comunque si scelga.
C’è una frase di Darwin “Non sono i più forti
che sopravvivono e nemmeno i più intelligenti,
ma chi sa adattarsi”
Alla fine è poi quello che facciamo …non c’è altra vera scelta, ma ognuno
di noi ha il suo vissuto e le sue resistenze
psicologiche al cambiamento legate spesso al nostro vissuto,al nostro passato anche se sappiamo
che è inevitabile.
Noi siamo l’insieme delle nostre esperienze,
portiamo in noi un pezzo delle persone che abbiamo
incontrato e a cui abbiamo dato un pezzo di noi.
In linea di massima concordo con Maria Grazia. Non ci si può opporre ai cambiamenti non voluti. È come andare controcorrente nel fiume : dopo un po’ ti lasci andare e finisci pure tu, volente o nolente, nel mare. Se però hai imparato a nuotare sopravvivi e impari ad adattarti ai nuovi spazi. Queste situazioni richiedono per forza di cose un adattamento ed una crescita personale.
I cambiamenti VOLUTI che sarebbero, in altri termini, LE SCELTE, sono invece più difficili da affrontare, perché, in questo caso, si tratta di una consapevole decisione di tagliare con il proprio passato: quando scegliamo siamo noi stessi che ci autoimponiamo la “perdita”di qualcuno o di qualcosa, per lanciarci in un contesto incerto con la speranza che sia migliore o diverso del precedente. In questo caso non ci troviamo in un fiume che sfocia nel mare, ma su una bianca scogliera ( non necessariamente impervia, ma anche spaziosa è fiorita), che si staglia sull’oceano, da dove dobbiamo decidere se saltare o no. Una volta nell’oceano potremmo sentirci più contenti e liberi oppure potrebbe, al contrario, potremmo rimpiangere ciò che c’era in cima alla scogliera, senza la possibilità di tornare indietro. Il senso di perdita è’ più forte perché siamo noi stessi che lo abbiamo determinato.Vicecersa se decidessimo di rimanere sulla scogliera non sapremmo mai cosa offre l’oceano e potrebbe non presentarsi piu’ l’occasione per tuffarcisi dentro. Ritorna la bella espressione usata da Suzanne della “nostalgia di un non vissuto”.
A volte poi succede che una si butta e per colpa di qualcuno che aveva deciso che non era giornata di tuffi, rimane incastrata in un arbusto a metà parete e così resta sospesa per molti mesi e per di più con un bel bernoccolo in testa.
Il fatto è che la nostalgia del “non vissuto” finisce poi per non far vivere il vivibile che offre il futuro. È così si finisce per vivere solo di “non vissuto”.
Il navigante che teme i rischi della traversata non lascerà mai il porto.
Ciao Acqua, io quando parlo di scelte “obbligate”, mi riferisco non necessariamente a cambiamenti forzati, ma anche solo a mutamenti che non sono strettamente obbligatori ma che sarebbe meglio affrontare per uscire da una situazione di stallo ( sia essa sentimentale, lavorativa, materiale, ecc.. ), e da quello che vedo intorno a me, le persone ( di qualunque età o estrazione sociale ) fanno una fatica incredibile ( sopratutto a livello psicologico ) ad affrontare anche il più piccolo cambiamento. E anche se la situazione contingente lo imporrebbe per “sopravvivere” al meglio secondo le teorie “darwiniane”. E’ difficile stabilire con matematica certezza fino a che punto un dato cambiamento sia pienamente e autonomamente cercato piuttosto che dettato dalle circostanze. E’ giocoforza che i fattori esterni intorno a noi concorrano anche solo in minima parte nelle nostre decisioni, è inevitabile. Anche perchè sconvolgere e modificare una situazione nella quale ci sentiamo completamente a nostro agio e a tutti i livelli, non avrebbe molto senso.
Credo che ci sia radicata profondamente nelle persone comuni ( che sono anche quelle spiritualmente meno evolute ) proprio una paura dell’ ignoto per cui si rimane assurdamente aggrappati ai propri schemi abituali e alle proprie blande certezze persino davanti al fatto che queste non possono più esistere, o non nella misura in cui esistevano prima. E non c’è nessun tentativo denigratorio in queste mie osservazioni, ma solo la constatazione di un dato di fatto.
Uno dei grandi scogli che l’ umanità deve superare, oltre all’ incapacità di ASCOLTARE, alle inclinazioni moralistiche e agli stereotipi, è anche questo: la paura del cambiamento. E lo vedo tutti i giorni in ogni ambito: da quello prettamente affettivo o familiare a quello economico/sociale..
..E, per rispondere anche a Vic, è normale che molti cambiamenti, sopratutto all’ inizio, comportino aspetti sgradevoli o quelle che lì per lì ci sembrano perdite. E’ nel naturale ordine delle cose. Quindi è consequenziale che potremo valutare la bontà di un cambiamento nel suo insieme solo posticipatamente, dopo un certo lasso di tempo.
Io ribadisco che tutte le volte che ho fatto dei cambiamenti e ho stravolto precedenti schemi stagnanti, ho fatto la cosa giusta, quand’ anche quel cambiamento non mi ha condotta ai risultati sperati/voluti. Perchè mi ha comunque permesso di uscire da situazioni limitanti, di fare nuove esperienze ( che sono SEMPRE utili ) e di apprendere nuove cognizioni. Sono d’ accordo con Golem quando dice che la vita stessa è un “continuo cambiamento”. Non potrebbe essere altrimenti, diversamente saremmo “morti”. E infatti chi si ferma “muore”. Lo vedo tutti i giorni.
Acqua, non è questione di opporsi ai cambiamenti ma, come dice Vic, sapersi adattare al meglio. É questo il problema; non sempre siamo così reattivi e versatili da reinventarci in un modo proficuo. Ciò che più mi dà noia è rimanere imprigionata in una “me” che non mi rappresenta più, oppure che non risulta più in armonia con il mondo.
Vero, questi cambiamenti
superano a volte una situazione stagnante
e ho notato nella mia esperienza personale
che a volte proprio fatti esterni ci danno
la spinta a farlo questo cambiamento.
Capiamo che sono proprio l’occasione che aspettavamo
per cambiare e uscire dall’impasse.
La paura del cambiamento è presente
in tutta la società oltre agli stereotipi
e al modo di pensare che ci viene imposto
dalla società e dai mass media sempre pronti a paventare disastri e a spargere paure
su minacce.
Se pensate alla Brexit ,al No a Renzi a Trump,
a sentir loro
avrebbe dovuto succedere un cataclisma , una
catastrofe a partire dall’economia e dalle borse.
Beh…queste hanno reagito diversamente sono sui massimi.
Ma d’altronde è da secoli che gli stati governano
diffondendo paura e facendo capire che solo loro potrebbero proteggerci, cosa fra l’altro falsa.
Peraltro poi è nel nostro vissuto intimo
questa avversione iniziale al cambiamento.
Perchè cambiamento non significa necessariamente
in meglio.
Come recita il “Rasoio di Okkam”, la verità a parità
di condizioni tende sempre ad essere la più semplice.
Vic, interessante riflessione. Il cambiamento fa paura anche e soprattutto alle masse, e questo istinto conservativo viene sfruttato abilmente dal Potere. Ne è un esempio la propaganda al terrore portata avanti da diverse trasmissioni sui flussi migratori.
Suzy.. terrorismo mediatico?? hahahahaha certo che voi sinistrini siete incredibili!:D Ma guarda che i danni portati dall’ attuale immigrazione selvaggia, SONO UN FATTO e sono sotto gli occhi di tutti, non si tratta di bieca propaganda fascista. Chi lo nega fa solo dell’ inutile buonismo e della demagogia. Qui poi si parlava di cambiamenti a livello individuale, non di grandi stravolgimenti epocali. In quest’ ultimo caso è tutt’ un altro paio di maniche e se i mutamenti non sono accompagnati da un’ abile gestione e da un’ adeguata struttura sociale, sono dolori! E lo vediamo tutti i giorni.
Marie, ho ripreso una riflessione calzante di Vic. Ma le hai mai viste quelle comiche trasmissioni su rete4? Tra l’altro sono spesso ospiti le tue mentori Mussolini e Santanché, esempi di genere femminile illuminato ( e mi vien voglia di spegnere la luce!).
Non ci si può opporre nemmeno ai grandi cambiamenti storici, oltre che a quelli delle singole esistenze.
La Santanchè e la Mussolini?? Diamine no! Mi fai così grossolana! 😀 Per carità. No guarda Suzy ti sbagli, mi rifaccio a ben altri modelli, tra i quali – senti senti – compare anche il Che Guevara ( anche se come metodologia mi è più congeniale quella di Julian Assange ). Mentirei però se ti dicessi che parteggio per Angela Merkel o Gad Lerner, o che sono contrariata dalle politiche di Trump in tema immigrazione.
Comunque non guardo quasi mai i canali mediaset, anzi nella casa in cui vivo da sola non ho nemmeno la televisione, figuriamoci!
I cambiamenti storici non si possono evitare, certo. Ma in una società meglio organizzata della nostra, avverrebbero con molte meno perdite e molti meno traumi per tutti.
Per tornare al tema del cambiamento e dell’adattamento, MaryG è vero che se non spinti da circostanze esterne fastidiose, si tende a radicarsi e a resistere, pur maturando la consapevolezza che con una svolta, la situazione potrebbe essere migliore … Suzy, comprendo la difficoltà di reinventarsi: credo ci sia un meccanismo di inerzia interiore, in alcune persone , che rende difficoltoso il conformarsi con il contesto esterno in costante mutazione. Spesso, nella mia vita, ho avuto la sensazione di essere “fuori luogo” o “fuori tempo” e di raggiungere gli stadi progressivi di adattamento interiore (o di crescita) in ritardo rispetto alla scansione temporale esterna che si rivela,non solo rapida, ma in continua accelerazione. È come rincorrere un treno che hai perso… alle fermate ci arrivi lo stesso con i tuoi mezzi, non sei mai “in carrozza” e quindi hai la tentazione di sostare un po’ più’ a lungo nel passato per riprendere fiato. Tra l’altro i cambiamenti sociali che stanno avvenendo non sembrano essere “in meglio”.
Acqua,
credo si possa trattare d’impostazione soggettiva di fondo, acquisita non so come né quando. nel mio caso, ad esempio, sono lentissima nella riflessione mentale, nell’adeguamento pratico e nel superare un certo tipo di dolore, mentre non ho mai minimamente risentito l’evolversi dei cambiamenti, sia interiori che esteriori, sia imposti che desiderati.
ho sempre avuto la sensazione che tutto avveniva perché così doveva essere nel mio percorso esistenziale. era come se non avesse alcun senso cercare di resistervi o di opporvisi. un fluire a volte anche molto doloroso ma sempre necessario…
Acqua, hai delineato perfettamente una sensazione che ho fin dall’adolescenza; non mi sono mai sentita al passo con la realtà che mi circondava e, spesso, non volevo esserlo. Così come ogni tanto ho la netta impressione di essere nell’epoca sbagliata, non mi ci ritrovo per nulla, anche se utilizzo e apprezzo le comodità e gli immensi vantaggi di cui possiamo godere. Però vorrei un tempo più blando, cadenzato dal ritmo delle stagioni e dal nostro orologio bio-psichico. E poi, adoro il silenzio, inteso come spazio “riempito” dal pensiero, che sta lentamente e inesorabilmente svanendo.
Acqua, la metafora del treno è eccellente, almeno nel mio caso. Riflette perfettamente lo stato d’ animo e le sensazioni che spesso accompagnano i miei pensieri e le mie azioni. Anch’ io sono stata a lungo “fuori dal tempo” rispetto alla mia epoca, ma più che altro perchè in essa non coglievo elementi e spunti particolarmente interessanti, almeno per me. Poi ho fatto alcune “scoperte”, diciamo così, e mi sono resa conto che – volendo – anche il tempo e lo spazio in cui vivo avrebbero molto da offrire, se si è in grado di guardare OLTRE.
Sai che c’è? Noi siamo ancora “resettati” secondo un modus vivendi e “pensandi” che si richiama ai decenni passati, e che oggi non vale più, almeno per la maggior parte dei suoi dettami. Adattarsi agli attuali mutamenti, in tutti i campi, secondo me non significa necessariamente andare incontro a un peggioramento in termini generali. Tutto dipende dalla prospettiva con la quale si guardano le cose. Per molti ad esempio è un male perdere un lavoro fisso e “sicuro”, ma se valutiamo questa cosa da un altro punto di vista, quello potrebbe essere il punto di partenza per iniziare qualcosa di più stimolante, creativo e gratificante rispetto a ciò che abbiamo sempre svolto. Ovviamente non è sempre così, e non per tutti. Ma spesso lo è..
Se critico l’ immigrazione incontrollata di massa, è perchè questa non è quasi mai accompagnata da un’ adeguato adattamento – in termini strutturali – da parte delle comunità ospitanti, e perchè ritengo che bisognerebbe attuare sopratutto politiche che consentano ai popoli del mondo di star bene e di vivere serenamente e prosperosamente NEI LORO territori di appartenenza. Concetto utopistico o banale, forse. Ma la vedo così.
Rossana, a mio parere non tutto cio’ che avviene e’ parte di un percorso esistenziale predefinito ed inesorabile. Ci sono dei momenti in cui si dovrebbe prendere la palla al balzo e cogliere l’attimo , insomma fare un salto sul treno che sta passando. Non tutti ci riescono e non tutti riconoscono il momento giusto. E’ piu’ facile sedersi ad aspettare… ma chissa’ quando passera’ il prossimo.
Maria Grazia, hai ragione, si tratta piu’ di un cambio di prospettiva che di una varizione effettiva dello stile di vita. Comunque forse siamo collegati mentalmente ad un’epoca passata che apparentemente sembra migliore per molti aspetti. In particolare quello che disturba del presente e’ questa frenesia, questo ritmo imposto dall’esterno che non ci lascia tempo per pensare e per vivere.
(Suzy non rispondo al tuo post perche’ potrei averlo scritto io ).
Mary G, relativamente all’immigrazione il tuo concetto di base e’ corretto: peccato che sulle modalita’ concrete con cui portarlo avanti, nessuno abbia trovato una soluzione efficace. Gli interessi economici e politici purtroppo governano ogni tipo di azione che quindi risulta apparentemente collettiva, ma in realta’ e’ il riflesso di interessi individuali o collegati a ristrette lobby di potere. Ogni essere umano ha comunque il diritto di vivere un’ esistenza dignitosa e non si puo ‘ negare a chi e’ partito sfavorito di raggiungere comunque il traguardo e crearsi un suo spazio, anche se questo va ad interferire con il nostro.
Pensare alla metafora del treno mi fa
venire in mente una cosa: Il treno non aspetta!
Sei tu che devi essere lì in tempo
altrimenti quello è perso e devi aspettare
il successivo.
Nella vita invece perso un treno,
potrebbe non ripassare mai più.
Ogni persona è diversa, unica e se la perdi
puoi trovarne un’altra certo, ma non la stessa!
E così anche l’occasione che ti passa vicino, devi allungare la mano, ma se esiti,
la tua occasione la prenderà qualcun altro.
Acqua, nessuno ha trovato una maniera efficace per gestire l’ immigrazione perchè NON LA SI VUOLE TROVARE, perchè dietro ci sono troppi interessi – sopratutto economici – in ballo. Tu hai centrato il punto: lobby e politica, è tutta lì la questione. Lo ha ammesso anche Massimo Carminati: il traffico di immigrati frutta più dello spaccio di droga. Insomma… più chiaro di così! Non si tratta di essere “razzisti” ma di essere OBIETTIVI. Certo che ogni essere umano di questo mondo avrebbe diritto a un’ esistenza dignitosa e ad ambire alla realizzazione dei suoi sogni. Ma questo non può andare a discapito di chi ha già raggiunto una certa stabilità dopo decenni e decenni di lotte per far emergere i propri diritti. E’ come se io domani andassi da uno che guida il Ferrari e gli dicessi: “Senti, tu hai una bella macchina io invece guido una caffettiera. Non è giusto! Dammi la tua macchina oppure vendila e facciamo a metà così siamo pari!”. Non è un discorso sensato, lo capisci? Quello magari ha la Ferrari perchè nella sua vita ha lavorato sodo, si è dato da fare, si è impegnato per creare qualcosa di imponente o perchè ha delle capacità e dei meriti che io non ho. Per cui o imparo da lui e agisco di conseguenza o devo rassegnarmi a guidare una caffettiera.. Capisci? Non dimentichiamo che certi popoli del mondo non progrediscono a livello economico e civile anche perchè hanno dei limiti proprio intrinsechi al loro essere, alla loro cultura e mentalità, e oggettivamente noi non possiamo molto per loro, se loro stessi “non si muovono” in quel senso. Nel migliore dei casi, questi soggetti verranno destinati a nutrire un sistema economico che si basa sullo sfruttamento della manodopera ( anche infantile ) a bassissimo costo, se non gratis..
.. il mettere un individuo nell’ incapacità – sopratutto psicologica – di ribellarsi alle sopraffazioni, è equiparabile allo sterminio che un tempo si metteva in atto nei campi di concentramento. Le due modalità differiscono solo nei tempi e nei metodi, ma il fine è il medesimo: sfruttare il soggetto socialmente più debole di tutta la catena per poi alla fine liberarsene quando non serve più. Senza contare che la maggior parte degli immigrati che vengono da noi saranno destinati anche in terra nostrana a vivere un’ esistenza tutt’ altro che dignitosa, con l’ aggravante che saranno anche lontani dalla loro patria, dalle loro tradizioni e dai loro affetti.
Tutto questo vi sembra umano e “accogliente”? a me no.
io comunque preferisco la Lamborghini.
Maria Grazia, che ci piaccia o no, nell’era della globalizzazione, dei liberi mercati, dello sfruttamento di tutte le risorse possibili ( soprattutto quelle umane a basso costo) non esiste più “casa nostra” e “casa vostra”. Possiamo erigere chilometri di muri, barricarci nella nostra tanto “superiore” Patria ( che ridere), ma gli invasori arriveranno sempre. Per fortuna, perché siamo stati, e torneremo ad essere, ospiti sgraditi anche noi.
In un mondo senza confini, ogni essere umano ha pari dignità, che sia indigeno o migrante. Non è buonismo, ma semplice lettura della contemporaneità.
Acqua,
è vero: anche per me c’è stato un momento, del tutto inatteso, in cui ho colto una palla al balzo. ma… non ho esitato quasi per niente: anche allora mi è parso impensabile che non volessi afferrarla.
non ne faccio una questione di inesorabile predestinazione. PER ME, si tratta di necessità interiori, che, se abbastanza forti, cercano e trovano la via con cui concretizzarsi, spingendoci in aspetti e situazioni da esplorare nell’ottica di aiutarci a migliorare o a completare crescite interiori, professionali o emotive.
Suzanne, tu continui a porre la questione in termini “etici” e idealistici, io invece ne colgo gli aspetti concreti, con tutti gli inevitabili limiti. E’ palese che CHIUNQUE a questo mondo avrebbe il sacrosanto diritto che gli venga riconosciuta la sua dignità di essere umano in tutti i campi, e ci mancherebbe altro. Nessuno contesta questo. Io facevo un discorso diverso: e cioè che la globalizzazione, così come anche l’ immigrazione di massa, si sarebbero dovute gestire diversamente perchè tutti potessero trarne profitto, stranieri compresi. O quantomeno per far sì che ne limitassero i “danni”. Se ci fermiamo sempre ai luoghi comuni e al politically correct non si va da nessuna parte.