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Il cambiamento e la perdita di sé

di Suzanne

I cambiamenti spaventano un po’ tutti, questo è indubbio, ma come fare quando determinano una perdita di continuità nella propria identità?

Da piccola fantasticavo ad occhi aperti di poter vagare nello spazio con una sorta di casa-navicella in cui erano riunite tutte le persone a cui volevo bene. L’estrema rappresentazione dell’immobilità e del controllo totale sulla realtà che mi circondava. Ben presto mi accorsi di quanto effimera risultasse la pretesa di avere effettivo potere sulla mia esistenza. Sono passati parecchi anni e, sebbene in qualche modo ora sappia gestire il mio essere nel mondo, provo ancora quella profondissima sensazione di smarrimento di fronte ad ogni cambiamento, sia esso concernente la mia vita, che quella delle persone a me care. 

Ricoeur parla della differenza tra identità-idem e identità-ipse, ovvero il passaggio dall’essere sempre uguali all’essere se stessi, riconoscendo le fratture nella continuità del nostro io, pur riuscendo a collegarle tra loro in un continuum narrativo.

Ogni cambiamento comporta necessariamente una perdita: non siamo mai gli stessi attimo dopo attimo,immersi in un fluire continuo di realtà che muta incessantemente. Ci sono però degli istanti in cui questa nozione razionale diviene percezione emotiva, lasciandoci smarriti e spaventati, alla ricerca di un nuovo equilibrio. É come se ci trovassimo alle prese con la costruzione di un puzzle, le cui parti vengono rimescolate continuamente, qualche pezzo si smarrisce e altri si aggiungono. La difficoltà sta nel reinventarsi ogni volta nuovi scenari, in cui ritrovare un’armonia con un mondo sempre diverso. É il passaggio dallo stato di crisalide a quello di farfalla: una piccola morte, per rinascere più forti e coraggiosi.

La mia domanda è: come riuscire ad imparare a volare ma al contempo portare dentro di sé ancora la nostra condizione di “larva”? Possiamo essere allo stesso tempo ciò che siamo stati fino a ieri ma anche qualcosa di diverso? Possiamo sottrarre al cambiamento i nostri “paradisi perduti”, costituiti da emozioni e ricordi di un mondo che in realtà non c’è più?

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Categorie: - Me stesso - Riflessioni

50 commenti

  • 1
    Rossella -

    La paura di lasciarsi andare fa parte della donna. In alcune circostanze si supera in maniera naturale, ma ti posso dire che un tempo era consuetudine che i fidanzati, dopo essersi presentati in famiglia, portavano le fidanzate a fare una passeggiata. Anche i mariti avevano la stessa abitudine. Si trattava di un modo per stemperare o per esorcizzare questa paura. Quando vivi in profondità l’esperienza del lutto cominci ad essere naturalmente un po’ distaccata. A me è accaduto quando è morta mia nonna, ma mentirei se ti dicessi che la vita di coppia si presenta ai miei occhi come una passeggiata di salute. Avverto delle resistenze diverse che non ti saprei neanche spiegare. L’uomo tendenzialmente preferisce delegare e/o lamentarsi, quando non ha un temperamento irascibile. Poi ci sono casi (ma casi rarissimi) in cui prevale la paternità del capofamiglia, ma anche in quel caso non bisognerebbe arrivare a dare per sconta la vita di coppia perché la stabilità dipende dall’unione. Nella coppia non conta la liberalità, quando i caratteri si separano potrebbe cominciare una sorta di regressione che passa anche dalla rimozione della dottrina della conoscenza. Ognuno ragiona a modo suo e si va avanti perché c’è una base d’amore. L’amore non si capisce, questo è quello che molte persone non riescono a capire. Anche una persona che ti vuole bene potrebbe arrivare a voltarti la faccia perché la sua testa in quel momento gli dice così. Ma non ha problemi di natura psichica, non riesce a comunicare amore. Magari avrà commesso i suoi sbagli (come tutti)ma è difficile superare questo blocco se prima non si viene amati di un amore grande quanto quello che separa dal resto del mondo. Quanta angoscia mi danno queste situazioni, umanamente mi sembra impossibile trovare un rimedio perché più persone possono avere la stessa esigenza, ma non possono fare altro che dividersi sul passato. Non bisogna perdersi d’animo. Non si può capire sempre tutto. Buona serata 🙂

  • 2
    Angwhy -

    Ma infatti non siamo noi a cambiare ma cio che ci circonda,il casino è doversi riadattare ogni volta a cercare di riprendere il controllo della situazione.per il resto arriviamo pressoche intatti alla nostra meta malgrado ci si illuda di non essere piu gli stessi

  • 3
    Golem -

    Non “lasciamo” niente del passato nei passaggi della vita, siamo “fatti” di quello che è stato. Crescendo e maturando lo vediamo semplicemente nella luce più corretta. O almeno questo è quello che dovrebbe accadere, perchè non tutti gradiscono voler maturare. Ma la vita è “divenire” e non “staticità”, per questo ripropongo il famoso detto di Lao Tse. “Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla”.

  • 4
    Suzanne -

    Sì, dovrebbe essere così. Io invece mi sento morire ogni volta debbo affrontare un cambiamento ( anche quelli cercati consapevolmente), per poi ricostruirmi in un tentativo di continuità con ciò che ero prima. Insomma, una farfalla che rimane attaccata al ramo con timore perché si crede ancora bruco ( o in qualche modo vorrebbe esserlo).

  • 5
    Golem -

    Ma sei la solita Suzanne?
    Comunque a parte le illuminazioni che puö averti dato Rossella la Sibilla, la tua è paura, è ovvio. Hai fifa di te vista nel futuro. Perchè? Starà a te capirlo. Io da un pezzo sono il contrario per esempio, ma per quanto possa apparirti strano, sono stato così anch’io nella prima gioventù. Sono cambiato dopo la morte di Carmen.
    Basta col passato, bisogna vivere, è un dovere, e c’è solo il futuro che mi aspetta, ogni mattina, e se non lo prendo al volo lui non aspetta me. Diventa subito passato quello stronzo. Ho imparato che se la vita mi volta le spalle io le tocco il culo. Carmen non tornava se stavo a crogiolarmi per anni nel vittimismo di chi si sente offeso dalla vita. La vera vittima era lei, non io.

    Pensa che sono più di 25 anni che non faccio una foto e ne facevo a migliaia, ne ero appassionato. Ho regalato tutta l’attrezzatura a mia figlia. Me le fanno le foto, ma io non voglio ricordi che inneschino struggenti nostalgie autolesioniste.
    Sono strano? Forse, ma vivo bene. E da quando lo ha capito anche l’inglesa sta bene pure lei. Purtroppo domani devo fare le foto per rinnovare il passaporto. A maggio andiamo in Marocco a vederci qualche città imperiale e ci godiamo le mollezze dei riad beduini e degli annessi hammam. Chissenefrega. “Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza. Ed è questa “incertezza” l’unica certezza con la quale possiamo fare i conti. Io li faccio con quei fattori, e mi tornano sempre.

  • 6
    Yog -

    La vita è divenire. Le donne divengono, e invecchiano. Certe vecchie non si rassegnano proprio alla loro sorte. “La rovina di casa Usher”.

  • 7
    Suzanne -

    Yog, non è un problema di invecchiamento, né tantomeno è legato al mio essere donna. É semplicemente un modo di abitare il mondo, in cui lo sguardo è sempre perso nella reinterpretazione del passato o nella nebulosa del futuro, mentre non si riesce mai a far presa sul fluire incessante degli attimi presenti. Anzi, l’idea di essere vecchia è rasserenante, perché equivarrebbe ad essere ormai spettatrice dei giochi, sperando di raccogliere i frutti delle precedenti scelte, mie e di altri. Invece mi ritrovo proprio nella fase di vita “decisionista”, quando per me ogni scelta rappresenta in primis tutte quelle possibilità che vengono scartate. Ad ogni cambiamento si perde un “ruolo”: essere figlia accudita, studentessa, fidanzata di x; non è un perdere anche ogni volta un po’se stessi?
    Golem, è vero che la morte rappresenta l’estremo cambiamento, quello che la nostra mente limitata non riesce a concepire, ma se ci pensi ogni cambiamento è un po’ un morire. Un po’ tragica messa così, ma è per rendere l’idea. Sì, sono la solita Suzanne, ma vengo in pace, augh!

  • 8
    Pace per tutti -

    Ogni volta che cambi stanza e superi la simbolica soglia lasci delle cose e ne trovi altre. R’ nella natura delle cose.

  • 9
    Golem -

    Suzy, io la penso come il mio filosofo guida, quando scriveva le sue epistole a Meneceo: Epicuro. “La morte non mi riguarda, quando ci sono io non c’è lei, e quando ci sarà lei non ci sarò io”. Il divenire è insito solo nel concetto di vita, vita che prevede l’abbandono di diverse “crisalidi” del nostro Io nel suo fluire. Sono solo i “passaggi” che danno senso all’esistenza umana, non solo fisica. Sono quelli che scandiscono la vita nella sua mortale inevitabilità. Insomma, la vita ha senso proprio perchè è “finita” ed è costellata da tante piccole “morti” che allo stesso modo hanno dato senso a quelle piccole “vite” che alla fine lo avranno dato a quella con la V maiuscola. La nostra umanità si manifesta solo nel riconoscimento di questa realtà ineluttabile. La mente cerca scopi per “sè” che non esistono in assoluto, e pone quindi domande che non avranno mai risposta. È il motivo della nostra continua “ricerca”. La Natura le risposte le dà tutte. Ma la mente non è “più” Natura, infatti cerca costantemente le “sue” ragioni, il suo “scopo” nell’amore, la religione, la filosofia, le ossessioni, le illusioni. E non le trova mai, non può: ogni eventuale risposta pone altre domande, all’infinito. Ma paradossalmente anche quell’angoscia è un “fluire”, è vivere, ed è l’unico modo di vivere dell’animale diventato uomo e della sua eterna insoddisfazione che è la “carne” dell’intelligenza. È quella che ci fa scalare le montagne, volare sulla Luna, impazzire per conquistare un amore impossibile. Lo sappiamo da quasi tre millenni, col mito di Prometeo, che vuole rubare il segreto del fuoco agli dei pagandone il prezzo per l’eternità.

    Se oggi io mi sento “appagato” è perchè ho accettato serenamente che tutto DEVE finire, è questo limite che dà “valore” alle cose, vita compresa. Che vita sarebbe se tutto fosse infinito. Una vita senza “valore” non credi?
    Cià

  • 10
    maria grazia -

    Peraltro non è che la vita di una donna finisce perchè “invecchia”. Forse per alcuni uomini sarà sconvolgente scoprire quanto segue, ma vi informo che le donne anche superati i 40/50 anni continuano a fare sesso, ad avere un lavoro e degli interessi, ad avere una vita sociale/familiare. Insomma ad avere UNA VITA.
    Poi non credo nemmeno che certi impulsi si attenuino con l’ avanzare degli anni. Mia madre ha più di 70 anni ma è perennemente scontenta perchè non può fare le cose che vorrebbe fare ( cioè vivere da ventenne, divertirsi, girare il mondo, frequentare posti alla moda ). Altro che accontentarsi di vivere di ricordi!..

    Suzy, l’ augh finale è uno spettacolo 🙂

  • 11
    Suzanne -

    Golem, molto bello quello che hai scritto, quando ti impegni sei anche piacevole;) Hai ragione, l’angoscia del divenire è il pegno da pagare per non essere più arrampicati sul banano, guardando invece col naso all’insù l’infinità di mondi ancora da scoprire. Forse vorrei essere solo più coraggiosa e non avere sempre la sensazione di aver perso qualcosa di fondamentale. Dentro e fuori di me.
    Maria Grazia, io mi immagino da “vecchia” su una sedia a dondolo a guardare il tramonto, sperando di aver raggiunto quella comunione con l’esistenza che mi farà finalmente dire “che bello essere qui, ora!”.

  • 12
    Golem -

    Vabbè Suzy, non è che ci si possa “impegnare” con tutti. Tu e pochi altri capiscono quello che può contenere anche una sola parola, la maggioranza non ci riesce. Mantenere un certo livello con tutti è pressoché impossibile, se poi quello che scrivo tocca qualche nervo scoperto è finita. Ha un grande potenziale un forum, ma appena si supera il livello dell’acqua calda scattano i meccanismi che hai conosciuto, e io non ho la pazienza e la carità che ci vorrebbe in quei casi. E poi sarebbe inutile. Non ci si può limitare ad ascoltare chi ne sa di meno per “rispetto” se si sta conducendo un discorso dal quale ci si aspetta certi risultati. Quando nel precedente dibattito dicevo ero già “oltre”, non lo facevo per “offendere” il mio interlocutore, ma per fargli sospettare che c’era “altro” rispetto a quello che mi comunicava che ovviamente conoscevo. Questo vale anche per me naturalmente. Infatti io cerco sempre e da sempre chi ne sa più di me, e se anche avesse un caratteraccio, quando mi “impara” qualcosa sarà sempre apprezzato da me.
    Comunque Epicuro, è stato l’antesignano del “canone” della ricerca scientifica così come la conosciamo oggi, attraverso il nostro Galileo Galilei che l’ha battezzata. Non a caso è meno conosciuto dei “soliti” perchè la sua filosofia è stata osteggiata dalla cosiddetta Chiesa.
    Le scelte nella vita sono obbligate Suzy, la contemplazione è romantica e accattivante, ma non ci porta da nessuna parte in realtà. Non credo che ti manchino i mezzi per affrontare i cambiamenti che peraltro servono a dissodare la “terra” dove pianteremo i nuovi semi di quel cambiamento, come si fa coi campi con la rotazione delle colture. La staticità e la la “monocultura” ci impoverisce di elementi importanti per il nostro sviluppo, proprio come succede per le coltivazioni, quindi siano benedetti i cambiamenti, perchè è grazie a quelli che avremo i frutti migliori. Osa cum grano salis e vedrai che “raccolto”
    Bye

  • 13
    Yog -

    ‘mi cuggino di Vergate sostiene che se cambi in meglio ti abitui subito, se cambi in peggio nun te passa più. È complicata la vita baby.

  • 14
    maria grazia -

    Suzanne, in effetti quello che descrivi è il miglior modo di immaginarsi la “vecchiaia” ( ma non solo la “vecchiaia” ) anche per me. Non sono una di quelle persone che non sono mai contente di ciò che hanno e non riescono mai a godersi il “qui e ora”, e nemmeno vorrei mai esserlo! Costoro mi fanno solo molta pena.

  • 15
    Vic -

    Siamo sempre persi fra il passato e il futuro
    e il presente sfugge via, perchè è un attimo, solo un attimo.
    Anche a me non piacciono i cambiamenti,
    Ci tengo a certe mie abitudini.
    Una persona cui tengo pensava di
    andare all’estero per trovare un lavoro migliore,
    per fortuna dopo alcuni mesi là ha fatto la scelta
    di tornare qui.
    Basta con questa cosa di andare all’estero e che sono
    i migliori ad andarci, lei è una “migliore” e anche il nostro paese è un buon posto, superate le difficoltà iniziali che sono
    il momento più difficile per tutti.
    Decidere deriva dal latino “recidere” , quindi
    per avere qualcosa, spesso bisogna rinunciare ad
    un’altra.
    Non bisogna però rinunciare ai propri sogni.
    Una frase che dico di me è “Forse non sono riuscito a cambiare il mondo, ma il mondo non è riuscito a
    cambiare me e questo è l’importante”

  • 16
    Yog -

    Suzanne, quanno la scuola ti manderà in pensione, tra 50 anni, le vecchie non le metteranno più in sedia a donnolo. Le assitteranno sopra l’iRoomba e via in giro per l’appartamento. Se poi vivi a Quarto Oggiaro, il tramonto nun se vede proprio perché è coperto dal condominio di fronte.

  • 17
    Tuttoscorrecomeacqua -

    Suzy, ricordo che avevamo gia’ toccato in passato questo argomento del cambiamento e della necessità stressante di adattamento continuo al contesto esterno. Personalmente ho sempre trovato
    affascinante la teoria del Panta Rei e allo stesso tempo inquietante. Anch’io avverto una certa difficoltà nel prendere delle decisioni radicali che causino rotture con il passato , le emozioni vissute e i ricordi e tendo ad adattarmi alle inevitabili mutazioni esterne diffidando da situazioni che potrebbero richiedermi di operare una scelta drastica , tagliando di netto il ramo vecchio per fare spazio all’innesto di un fresco germoglio.
    L’esempio di Vic sulla scelta del lavoro all’estero è semplice e calzante: un cambiamento andrebbe affrontato senza avere la sensazione opprimente che esso comporti un’inesorabile rinuncia al proprio passato, ma “rischiando” di sbagliare con serenità e ottimismo. Vero è’ che se sbagli in certe situazioni non sempre puoi tornare indietro, ma se non rischi non potrai mai sapere se quel cambiamento ti avrebbe reso più felice e probabilmente avrai un rimpianto.
    Non chiedermi poi come fare a districarsi da questa situazione, perché di farfalle ancorate ai rami ce ne sono molte. Credo che, in alcuni casi, possa aiutare la presenza di una persona amica. Se io, per esempio, decidessi un giorno di cambiare lavoro per intraprendere un’attività completamente nuova che ritengo sia più rispondente alle mie aspettative, sarebbe più facile, per me, avere un ‘amica/o che condivide questo progetto. Il mio problema è che , pur desiderando ardentemente di volare, a volte ho paura, e se qualcuno mi tenesse “per manina” mi butterei più volentieri. Tuttavia è’ ovvio che la maggior parte delle scelte, comprese quelle sentimentali, richiedono coraggio e di devono affrontare da soli.
    In particolare per la tua situazione attuale a quali cambiamenti ti riferisci? Ti saluto con aff etto e aff inita’

  • 18
    Suzanne -

    Yog, per mia grande fortuna vivo abbarbicata in un piccolo paesino tra le colline; sul mio terrazzo la sedia a dondolo è già posizionata, accanto ad una botte che funge da tavolino. Ti inviterei per un aperitivo ma niente narda, solo vinello o acqua del rubinetto!

  • 19
    Angwhy -

    Quando uno risponde vuol dire che si è preso la briga di leggere,magari aggiungere ok stronzo ho letto il tuo commento non mi piace e vaffanculo o vogliamo continuare con questo circolo pickwick che se la canta e se la suona da solo?

  • 20
    rossana -

    Acqua,
    riprendo da “di farfalle ancorate ai rami ce ne sono molte” e da “se sbagli in certe situazioni non sempre puoi tornare indietro” per illustrarti in sintesi il mio pensiero.

    se le decisioni potrebbero dar modo di proiettarsi in un futuro incerto, è logico che si esiti e che ci si appoggi a persone amiche di fiducia, in grado di meglio aiutarci a individuare vantaggi/svantaggi e a fare chiarezza. a mio avviso, questo non succede se si è sul momento del tutto convinti della bontà della decisione.

    le donne sono spesso accusate di essere simili alle scimmie, cioè capaci di soltanto di lanciarsi da una liana all’altra ma incapaci di effettuare scelte emotive autonome. è probabilmente vero più per le donne che per gli uomini, sulla base del dato di fatto che in genere le prime beneficiano di più frequenti occasioni favorevoli rispetto ai secondi.

    non è vero che non si può tornare indietro: oggi, anche in Italia, è in linea di massima possibile recedere da tutti gli impegni contrattuali a suo tempo sottoscritti. la difficoltà sta nella capacità di subire in termini di sofferenza il prezzo dei propri cambiamenti, o meglio degli eventuali errori che ne rendono necessario il recesso.

    c’è chi li valuta soltanto sulla base dei costi emotivi su di sé e chi li soppesa, invece, tenendo presente anche il dolore che essi possono provocare ad altri, sia colpevoli in parte, come i partner, o innocenti, come i figli e i genitori.

    da quanto sopra si potrebbe desumere che ogni decisione avviene a seguito di più o meno accurate analisi e ponderazione. invece, a quanto espresso da esperti, pare che alla fine della fiera si decida quasi sempre per istinto e che questo tipo di decisioni, alla luce del senno del poi, finiscano per rivelarsi le più valide, indipendentemente dai riverberi che possano avere su identità soggettive più o meno consolidate.

  • 21
    Golem -

    Com’è strana la vita. Per me ogni territorio “sconosciuto” è una possibilità di conquista. Il timore dell’ignoto non è mai stato superiore al piacere della scoperta. Era la sensazione che provavo da ragazzo quando facevo campeggio libero sulle allora deserte spiaggie del Salento. Nel giro di poco tempo diventava la terra di conquista che assieme a pochi amici colonizzavamo e “costruivamo” con quello che trovavamo sul posto. Indimenticabili momenti di bellezza e vitalità.
    Niente come il desiderio di conoscere quello che non conosciamo mette in moto le nostre qualità intellettive al massimo delle possibilità. Credo che sia quella la vera essenza dell’umanità, quella di “capire”, persino più del decantato amore, che in fondo è la trasposizione in chiave morale di un istinto. La ricerca di nuovi campi della conoscenza è invece un atto di volontà. Si “sfida” l’ignoto perchè divenga “gnosis”. È Prometeo che vuole conoscere il segreto del “fuoco”, l’Odisseo che parte per seguire il cammino della “virtute e canoscenza” che sono dentro la nostra anima umana. Sono loro che ci chiamano a vivere la vita. Da “uomini”.

  • 22
    Suzanne -

    Anghwy, ti chiedo scusa e ti ringrazio per la risposta. Non volevo assolutamente ignorarla, è solo che in un certo senso era un discorso in parte già affrontato in chat con altri, per questo mi è venuto naturale rivolgermi a loro. Chiedo venia anche a Vic.
    Acqua, è un evento del tutto naturale e bello, che però mi ha mandato in crisi: una delle mie migliori amiche, la mia sorella di mente ( siamo molto simili) con cui sono cresciuta e con cui ho condiviso i piccoli e grandi cambiamenti della mia vita è incinta. Questo evento mi ha destabilizzato, soprattutto al pensiero che quel mondo in cui eravamo due ragazze non esiste più. É come se avessi perso in qualche modo delle certezze, poiché necessariamente questo cambiamento irreversibile cambierà la nostra amicizia. Inoltre mi rendo conto di quanta fatica mi costi a volte vedermi adulta, rinunciando a parti di me che forse non hanno più senso di esistere.
    Sai Acqua, il mio problema nel compiere scelte è proprio l’angoscia di non poter più tornare indietro.

  • 23
    A quando sarà -

    Rossana, effettivamente siamo portati a pensare che una scelta saggia debba per forza nascere da un’accurata analisi costi-benefici, ed è interessante sapere invece, che, secondo gli esperti, le decisioni più riuscite sarebbero quelle prese d’istinto. Ritorniamo quindi ancora sulla contrapposizione istinto-ragione, ma da un altro punto di vista…
    Golem, il piacere della “scoperta” quando non si ha niente da perdere (come fare il campeggio libero su una spiaggia greca) non c’entra nulla con il timore di lasciare il vecchio per il nuovo. Non si tratta affatto di timore per l’ignoto futuro, bensì di timore di staccarsi da un passato rassicurante e di perdere le sensazioni ad esso legato, come ha spiegato meglio di me la nostra Suzy. Inoltre è più portato a rischiare chi sa che comunque vada cadrà in piedi o chi ha risorse sufficienti per eventualmente rimediare all’errore.
    Suzy capisco perfettamente la tua nostalgia e in un certo senso “gelosia” per la tua amica. Non per la sua maternità, ma perché temi che questo evento modifichi il vostro profondo rapporto di amicizia e oscuri la vostra complicità e affiatamento . Sai bene che non sarà così, le amicizie vere possono restare immutate anche di fronte a cambiamenti importanti. Il mondo in cui eravate ragazze è già superato, ma può restare in te come un piacevole ricordo e ci potranno essere occasioni per rivivere emozioni simili (tra poche settimane, ad esempio, io e la mia migliore amiche di infanzia dopo anni che ci vediamo saltuariamente perché da più di 20 anni viviamo in città diverse, faremo un breve viaggio insieme all’estero come ai vecchissimi tempi) . Comunque anch’io sono molto nostalgica e a volte mi addolora non poter più vivere la sensazione di libertà e spensieratezza di alcuni momenti del mio passato, in particolare di quando ero ragazzina.

  • 24
    suzanne -

    Grazie Acqua, è sempre un piacere leggere ciò che scrivi. Bisogna sapersi reinventare ad ogni occasione; opporre resistenza al fluire della vita rischia di essere un’immenso spreco di energia. Però non ti nascondo che ogni tanto avverto la mia natura nostalgica come un freno alla possibilità di seguire il flusso della corrente; debbo quotidianamente combattere la mia propensione alla staticità. Pensare che poi i cambiamenti mi elettrizzano, ma che coraggio ci vuole!

  • 25
    Vic -

    Acqua e Suzanne,
    si, la logica dice che opporre resistenza ai cambiamenti consuma energie e forze.
    Ma questa è istintivamente la mia prima reazione
    ai cambiamenti, perchè appunto comportano
    o minacciano di comportare la perdita di qualcosa
    o di qualcuno.
    Un altro aspetto è che questi cambiamenti spesso
    li si deve subire, tornando al mio esempio
    non era mia la scelta della mia amica
    di trovare lavoro all’estero o di trasferirsi.
    Razionalmente è assurdo sperare che le cose restino immutate, la vita è un fiume a volte scorre rapido
    a volte lento, ma scorre e ci porta verso il mare
    inesorabilmente.

  • 26
    Yog -

    Vic, ma non è che stai un pelo impaludato?

  • 27
    Suzanne -

    Vic, speriamo che il mare dove si arriva non sia in tempesta;)

  • 28
    maria grazia -

    Vic ha posto il punto su una questione importante: la differenza cambiamenti VOLUTI e cambiamenti SUBITI. Sono indubbiamente due cose molto diverse quando li si vive in prima persona. Personalmente, tutte le volte che ho affrontato dei cambiamenti di qualche tipo non ho mai perso nulla, ma semmai ho ACQUISITO qualcosa. Ci sono cambiamenti che sono assolutamente necessari ( anche se non voluti ) e che non potremo in nessun modo evitare, e a volte questi cambiamenti, pur comportando di per sè delle perdite, dall’ altra parte possono rappresentare addirittura un’ opportunità, per giungere a qualcosa di ancora più “vasto”. Parlo in senso lato, e mi riferisco a TUTTI i campi della vita, non solo a quello prettamente amicale di cui ci parla Suzanne. Da questo punto di vista, è indubbio che opporsi a tutti i costi a qualsiasi cambiamento comporta non solo una dispersione inutile di energie e l’ elevazione di “muri” invisibili che ci bloccano, ma anche un danno vero e proprio in termini di guadagno sia materiale, sia affettivo che spirituale. Le persone che si ostinano a non cambiare e a non fare determinate scelte, anche contro un’ evidente situazione negativa, sono insomma persona “non cresciute”, rimaste ad uno stadio “infantile” a causa delle loro numerose insicurezze. In fondo anche non scegliere è pur sempre una “scelta”.

  • 29
    Vic -

    In realtà molti cambiamenti si rivelano
    poi positivi visti ex-post,
    ma inizialmente un cambiamento porta dei dubbi
    e a volte delle sofferenze.
    E’ la vita stessa che ci porta davanti alle scelte
    e ci mette in un determinato bivio, noi possiamo scegliere se andare a destra, a sinistra ,restare
    fermi o qualche volta, ma non sempre andare indietro, il tempo passa comunque si scelga.
    C’è una frase di Darwin “Non sono i più forti
    che sopravvivono e nemmeno i più intelligenti,
    ma chi sa adattarsi”
    Alla fine è poi quello che facciamo …non c’è altra vera scelta, ma ognuno
    di noi ha il suo vissuto e le sue resistenze
    psicologiche al cambiamento legate spesso al nostro vissuto,al nostro passato anche se sappiamo
    che è inevitabile.
    Noi siamo l’insieme delle nostre esperienze,
    portiamo in noi un pezzo delle persone che abbiamo
    incontrato e a cui abbiamo dato un pezzo di noi.

  • 30
    Acqua fluttuante -

    In linea di massima concordo con Maria Grazia. Non ci si può opporre ai cambiamenti non voluti. È come andare controcorrente nel fiume : dopo un po’ ti lasci andare e finisci pure tu, volente o nolente, nel mare. Se però hai imparato a nuotare sopravvivi e impari ad adattarti ai nuovi spazi. Queste situazioni richiedono per forza di cose un adattamento ed una crescita personale.
    I cambiamenti VOLUTI che sarebbero, in altri termini, LE SCELTE, sono invece più difficili da affrontare, perché, in questo caso, si tratta di una consapevole decisione di tagliare con il proprio passato: quando scegliamo siamo noi stessi che ci autoimponiamo la “perdita”di qualcuno o di qualcosa, per lanciarci in un contesto incerto con la speranza che sia migliore o diverso del precedente. In questo caso non ci troviamo in un fiume che sfocia nel mare, ma su una bianca scogliera ( non necessariamente impervia, ma anche spaziosa è fiorita), che si staglia sull’oceano, da dove dobbiamo decidere se saltare o no. Una volta nell’oceano potremmo sentirci più contenti e liberi oppure potrebbe, al contrario, potremmo rimpiangere ciò che c’era in cima alla scogliera, senza la possibilità di tornare indietro. Il senso di perdita è’ più forte perché siamo noi stessi che lo abbiamo determinato.Vicecersa se decidessimo di rimanere sulla scogliera non sapremmo mai cosa offre l’oceano e potrebbe non presentarsi piu’ l’occasione per tuffarcisi dentro. Ritorna la bella espressione usata da Suzanne della “nostalgia di un non vissuto”.
    A volte poi succede che una si butta e per colpa di qualcuno che aveva deciso che non era giornata di tuffi, rimane incastrata in un arbusto a metà parete e così resta sospesa per molti mesi e per di più con un bel bernoccolo in testa.

  • 31
    Golem -

    Il fatto è che la nostalgia del “non vissuto” finisce poi per non far vivere il vivibile che offre il futuro. È così si finisce per vivere solo di “non vissuto”.
    Il navigante che teme i rischi della traversata non lascerà mai il porto.

  • 32
    maria grazia -

    Ciao Acqua, io quando parlo di scelte “obbligate”, mi riferisco non necessariamente a cambiamenti forzati, ma anche solo a mutamenti che non sono strettamente obbligatori ma che sarebbe meglio affrontare per uscire da una situazione di stallo ( sia essa sentimentale, lavorativa, materiale, ecc.. ), e da quello che vedo intorno a me, le persone ( di qualunque età o estrazione sociale ) fanno una fatica incredibile ( sopratutto a livello psicologico ) ad affrontare anche il più piccolo cambiamento. E anche se la situazione contingente lo imporrebbe per “sopravvivere” al meglio secondo le teorie “darwiniane”. E’ difficile stabilire con matematica certezza fino a che punto un dato cambiamento sia pienamente e autonomamente cercato piuttosto che dettato dalle circostanze. E’ giocoforza che i fattori esterni intorno a noi concorrano anche solo in minima parte nelle nostre decisioni, è inevitabile. Anche perchè sconvolgere e modificare una situazione nella quale ci sentiamo completamente a nostro agio e a tutti i livelli, non avrebbe molto senso.
    Credo che ci sia radicata profondamente nelle persone comuni ( che sono anche quelle spiritualmente meno evolute ) proprio una paura dell’ ignoto per cui si rimane assurdamente aggrappati ai propri schemi abituali e alle proprie blande certezze persino davanti al fatto che queste non possono più esistere, o non nella misura in cui esistevano prima. E non c’è nessun tentativo denigratorio in queste mie osservazioni, ma solo la constatazione di un dato di fatto.
    Uno dei grandi scogli che l’ umanità deve superare, oltre all’ incapacità di ASCOLTARE, alle inclinazioni moralistiche e agli stereotipi, è anche questo: la paura del cambiamento. E lo vedo tutti i giorni in ogni ambito: da quello prettamente affettivo o familiare a quello economico/sociale..

  • 33
    maria grazia -

    ..E, per rispondere anche a Vic, è normale che molti cambiamenti, sopratutto all’ inizio, comportino aspetti sgradevoli o quelle che lì per lì ci sembrano perdite. E’ nel naturale ordine delle cose. Quindi è consequenziale che potremo valutare la bontà di un cambiamento nel suo insieme solo posticipatamente, dopo un certo lasso di tempo.
    Io ribadisco che tutte le volte che ho fatto dei cambiamenti e ho stravolto precedenti schemi stagnanti, ho fatto la cosa giusta, quand’ anche quel cambiamento non mi ha condotta ai risultati sperati/voluti. Perchè mi ha comunque permesso di uscire da situazioni limitanti, di fare nuove esperienze ( che sono SEMPRE utili ) e di apprendere nuove cognizioni. Sono d’ accordo con Golem quando dice che la vita stessa è un “continuo cambiamento”. Non potrebbe essere altrimenti, diversamente saremmo “morti”. E infatti chi si ferma “muore”. Lo vedo tutti i giorni.

  • 34
    suzanne -

    Acqua, non è questione di opporsi ai cambiamenti ma, come dice Vic, sapersi adattare al meglio. É questo il problema; non sempre siamo così reattivi e versatili da reinventarci in un modo proficuo. Ciò che più mi dà noia è rimanere imprigionata in una “me” che non mi rappresenta più, oppure che non risulta più in armonia con il mondo.

  • 35
    Vic -

    Vero, questi cambiamenti
    superano a volte una situazione stagnante
    e ho notato nella mia esperienza personale
    che a volte proprio fatti esterni ci danno
    la spinta a farlo questo cambiamento.
    Capiamo che sono proprio l’occasione che aspettavamo
    per cambiare e uscire dall’impasse.
    La paura del cambiamento è presente
    in tutta la società oltre agli stereotipi
    e al modo di pensare che ci viene imposto
    dalla società e dai mass media sempre pronti a paventare disastri e a spargere paure
    su minacce.
    Se pensate alla Brexit ,al No a Renzi a Trump,
    a sentir loro
    avrebbe dovuto succedere un cataclisma , una
    catastrofe a partire dall’economia e dalle borse.
    Beh…queste hanno reagito diversamente sono sui massimi.
    Ma d’altronde è da secoli che gli stati governano
    diffondendo paura e facendo capire che solo loro potrebbero proteggerci, cosa fra l’altro falsa.
    Peraltro poi è nel nostro vissuto intimo
    questa avversione iniziale al cambiamento.
    Perchè cambiamento non significa necessariamente
    in meglio.
    Come recita il “Rasoio di Okkam”, la verità a parità
    di condizioni tende sempre ad essere la più semplice.

  • 36
    suzanne -

    Vic, interessante riflessione. Il cambiamento fa paura anche e soprattutto alle masse, e questo istinto conservativo viene sfruttato abilmente dal Potere. Ne è un esempio la propaganda al terrore portata avanti da diverse trasmissioni sui flussi migratori.

  • 37
    maria grazia -

    Suzy.. terrorismo mediatico?? hahahahaha certo che voi sinistrini siete incredibili!:D Ma guarda che i danni portati dall’ attuale immigrazione selvaggia, SONO UN FATTO e sono sotto gli occhi di tutti, non si tratta di bieca propaganda fascista. Chi lo nega fa solo dell’ inutile buonismo e della demagogia. Qui poi si parlava di cambiamenti a livello individuale, non di grandi stravolgimenti epocali. In quest’ ultimo caso è tutt’ un altro paio di maniche e se i mutamenti non sono accompagnati da un’ abile gestione e da un’ adeguata struttura sociale, sono dolori! E lo vediamo tutti i giorni.

  • 38
    Suzanne -

    Marie, ho ripreso una riflessione calzante di Vic. Ma le hai mai viste quelle comiche trasmissioni su rete4? Tra l’altro sono spesso ospiti le tue mentori Mussolini e Santanché, esempi di genere femminile illuminato ( e mi vien voglia di spegnere la luce!).
    Non ci si può opporre nemmeno ai grandi cambiamenti storici, oltre che a quelli delle singole esistenze.

  • 39
    maria grazia -

    La Santanchè e la Mussolini?? Diamine no! Mi fai così grossolana! 😀 Per carità. No guarda Suzy ti sbagli, mi rifaccio a ben altri modelli, tra i quali – senti senti – compare anche il Che Guevara ( anche se come metodologia mi è più congeniale quella di Julian Assange ). Mentirei però se ti dicessi che parteggio per Angela Merkel o Gad Lerner, o che sono contrariata dalle politiche di Trump in tema immigrazione.
    Comunque non guardo quasi mai i canali mediaset, anzi nella casa in cui vivo da sola non ho nemmeno la televisione, figuriamoci!
    I cambiamenti storici non si possono evitare, certo. Ma in una società meglio organizzata della nostra, avverrebbero con molte meno perdite e molti meno traumi per tutti.

  • 40
    Acquastop -

    Per tornare al tema del cambiamento e dell’adattamento, MaryG è vero che se non spinti da circostanze esterne fastidiose, si tende a radicarsi e a resistere, pur maturando la consapevolezza che con una svolta, la situazione potrebbe essere migliore … Suzy, comprendo la difficoltà di reinventarsi: credo ci sia un meccanismo di inerzia interiore, in alcune persone , che rende difficoltoso il conformarsi con il contesto esterno in costante mutazione. Spesso, nella mia vita, ho avuto la sensazione di essere “fuori luogo” o “fuori tempo” e di raggiungere gli stadi progressivi di adattamento interiore (o di crescita) in ritardo rispetto alla scansione temporale esterna che si rivela,non solo rapida, ma in continua accelerazione. È come rincorrere un treno che hai perso… alle fermate ci arrivi lo stesso con i tuoi mezzi, non sei mai “in carrozza” e quindi hai la tentazione di sostare un po’ più’ a lungo nel passato per riprendere fiato. Tra l’altro i cambiamenti sociali che stanno avvenendo non sembrano essere “in meglio”.

  • 41
    rossana -

    Acqua,
    credo si possa trattare d’impostazione soggettiva di fondo, acquisita non so come né quando. nel mio caso, ad esempio, sono lentissima nella riflessione mentale, nell’adeguamento pratico e nel superare un certo tipo di dolore, mentre non ho mai minimamente risentito l’evolversi dei cambiamenti, sia interiori che esteriori, sia imposti che desiderati.

    ho sempre avuto la sensazione che tutto avveniva perché così doveva essere nel mio percorso esistenziale. era come se non avesse alcun senso cercare di resistervi o di opporvisi. un fluire a volte anche molto doloroso ma sempre necessario…

  • 42
    Suzanne -

    Acqua, hai delineato perfettamente una sensazione che ho fin dall’adolescenza; non mi sono mai sentita al passo con la realtà che mi circondava e, spesso, non volevo esserlo. Così come ogni tanto ho la netta impressione di essere nell’epoca sbagliata, non mi ci ritrovo per nulla, anche se utilizzo e apprezzo le comodità e gli immensi vantaggi di cui possiamo godere. Però vorrei un tempo più blando, cadenzato dal ritmo delle stagioni e dal nostro orologio bio-psichico. E poi, adoro il silenzio, inteso come spazio “riempito” dal pensiero, che sta lentamente e inesorabilmente svanendo.

  • 43
    maria grazia -

    Acqua, la metafora del treno è eccellente, almeno nel mio caso. Riflette perfettamente lo stato d’ animo e le sensazioni che spesso accompagnano i miei pensieri e le mie azioni. Anch’ io sono stata a lungo “fuori dal tempo” rispetto alla mia epoca, ma più che altro perchè in essa non coglievo elementi e spunti particolarmente interessanti, almeno per me. Poi ho fatto alcune “scoperte”, diciamo così, e mi sono resa conto che – volendo – anche il tempo e lo spazio in cui vivo avrebbero molto da offrire, se si è in grado di guardare OLTRE.
    Sai che c’è? Noi siamo ancora “resettati” secondo un modus vivendi e “pensandi” che si richiama ai decenni passati, e che oggi non vale più, almeno per la maggior parte dei suoi dettami. Adattarsi agli attuali mutamenti, in tutti i campi, secondo me non significa necessariamente andare incontro a un peggioramento in termini generali. Tutto dipende dalla prospettiva con la quale si guardano le cose. Per molti ad esempio è un male perdere un lavoro fisso e “sicuro”, ma se valutiamo questa cosa da un altro punto di vista, quello potrebbe essere il punto di partenza per iniziare qualcosa di più stimolante, creativo e gratificante rispetto a ciò che abbiamo sempre svolto. Ovviamente non è sempre così, e non per tutti. Ma spesso lo è..
    Se critico l’ immigrazione incontrollata di massa, è perchè questa non è quasi mai accompagnata da un’ adeguato adattamento – in termini strutturali – da parte delle comunità ospitanti, e perchè ritengo che bisognerebbe attuare sopratutto politiche che consentano ai popoli del mondo di star bene e di vivere serenamente e prosperosamente NEI LORO territori di appartenenza. Concetto utopistico o banale, forse. Ma la vedo così.

  • 44
    pozzangheradacqua -

    Rossana, a mio parere non tutto cio’ che avviene e’ parte di un percorso esistenziale predefinito ed inesorabile. Ci sono dei momenti in cui si dovrebbe prendere la palla al balzo e cogliere l’attimo , insomma fare un salto sul treno che sta passando. Non tutti ci riescono e non tutti riconoscono il momento giusto. E’ piu’ facile sedersi ad aspettare… ma chissa’ quando passera’ il prossimo.
    Maria Grazia, hai ragione, si tratta piu’ di un cambio di prospettiva che di una varizione effettiva dello stile di vita. Comunque forse siamo collegati mentalmente ad un’epoca passata che apparentemente sembra migliore per molti aspetti. In particolare quello che disturba del presente e’ questa frenesia, questo ritmo imposto dall’esterno che non ci lascia tempo per pensare e per vivere.
    (Suzy non rispondo al tuo post perche’ potrei averlo scritto io ).
    Mary G, relativamente all’immigrazione il tuo concetto di base e’ corretto: peccato che sulle modalita’ concrete con cui portarlo avanti, nessuno abbia trovato una soluzione efficace. Gli interessi economici e politici purtroppo governano ogni tipo di azione che quindi risulta apparentemente collettiva, ma in realta’ e’ il riflesso di interessi individuali o collegati a ristrette lobby di potere. Ogni essere umano ha comunque il diritto di vivere un’ esistenza dignitosa e non si puo ‘ negare a chi e’ partito sfavorito di raggiungere comunque il traguardo e crearsi un suo spazio, anche se questo va ad interferire con il nostro.

  • 45
    Vic -

    Pensare alla metafora del treno mi fa
    venire in mente una cosa: Il treno non aspetta!
    Sei tu che devi essere lì in tempo
    altrimenti quello è perso e devi aspettare
    il successivo.
    Nella vita invece perso un treno,
    potrebbe non ripassare mai più.
    Ogni persona è diversa, unica e se la perdi
    puoi trovarne un’altra certo, ma non la stessa!
    E così anche l’occasione che ti passa vicino, devi allungare la mano, ma se esiti,
    la tua occasione la prenderà qualcun altro.

  • 46
    maria grazia -

    Acqua, nessuno ha trovato una maniera efficace per gestire l’ immigrazione perchè NON LA SI VUOLE TROVARE, perchè dietro ci sono troppi interessi – sopratutto economici – in ballo. Tu hai centrato il punto: lobby e politica, è tutta lì la questione. Lo ha ammesso anche Massimo Carminati: il traffico di immigrati frutta più dello spaccio di droga. Insomma… più chiaro di così! Non si tratta di essere “razzisti” ma di essere OBIETTIVI. Certo che ogni essere umano di questo mondo avrebbe diritto a un’ esistenza dignitosa e ad ambire alla realizzazione dei suoi sogni. Ma questo non può andare a discapito di chi ha già raggiunto una certa stabilità dopo decenni e decenni di lotte per far emergere i propri diritti. E’ come se io domani andassi da uno che guida il Ferrari e gli dicessi: “Senti, tu hai una bella macchina io invece guido una caffettiera. Non è giusto! Dammi la tua macchina oppure vendila e facciamo a metà così siamo pari!”. Non è un discorso sensato, lo capisci? Quello magari ha la Ferrari perchè nella sua vita ha lavorato sodo, si è dato da fare, si è impegnato per creare qualcosa di imponente o perchè ha delle capacità e dei meriti che io non ho. Per cui o imparo da lui e agisco di conseguenza o devo rassegnarmi a guidare una caffettiera.. Capisci? Non dimentichiamo che certi popoli del mondo non progrediscono a livello economico e civile anche perchè hanno dei limiti proprio intrinsechi al loro essere, alla loro cultura e mentalità, e oggettivamente noi non possiamo molto per loro, se loro stessi “non si muovono” in quel senso. Nel migliore dei casi, questi soggetti verranno destinati a nutrire un sistema economico che si basa sullo sfruttamento della manodopera ( anche infantile ) a bassissimo costo, se non gratis..

  • 47
    maria grazia -

    .. il mettere un individuo nell’ incapacità – sopratutto psicologica – di ribellarsi alle sopraffazioni, è equiparabile allo sterminio che un tempo si metteva in atto nei campi di concentramento. Le due modalità differiscono solo nei tempi e nei metodi, ma il fine è il medesimo: sfruttare il soggetto socialmente più debole di tutta la catena per poi alla fine liberarsene quando non serve più. Senza contare che la maggior parte degli immigrati che vengono da noi saranno destinati anche in terra nostrana a vivere un’ esistenza tutt’ altro che dignitosa, con l’ aggravante che saranno anche lontani dalla loro patria, dalle loro tradizioni e dai loro affetti.
    Tutto questo vi sembra umano e “accogliente”? a me no.
    io comunque preferisco la Lamborghini.

  • 48
    Suzanne -

    Maria Grazia, che ci piaccia o no, nell’era della globalizzazione, dei liberi mercati, dello sfruttamento di tutte le risorse possibili ( soprattutto quelle umane a basso costo) non esiste più “casa nostra” e “casa vostra”. Possiamo erigere chilometri di muri, barricarci nella nostra tanto “superiore” Patria ( che ridere), ma gli invasori arriveranno sempre. Per fortuna, perché siamo stati, e torneremo ad essere, ospiti sgraditi anche noi.
    In un mondo senza confini, ogni essere umano ha pari dignità, che sia indigeno o migrante. Non è buonismo, ma semplice lettura della contemporaneità.

  • 49
    rossana -

    Acqua,
    è vero: anche per me c’è stato un momento, del tutto inatteso, in cui ho colto una palla al balzo. ma… non ho esitato quasi per niente: anche allora mi è parso impensabile che non volessi afferrarla.

    non ne faccio una questione di inesorabile predestinazione. PER ME, si tratta di necessità interiori, che, se abbastanza forti, cercano e trovano la via con cui concretizzarsi, spingendoci in aspetti e situazioni da esplorare nell’ottica di aiutarci a migliorare o a completare crescite interiori, professionali o emotive.

  • 50
    maria grazia -

    Suzanne, tu continui a porre la questione in termini “etici” e idealistici, io invece ne colgo gli aspetti concreti, con tutti gli inevitabili limiti. E’ palese che CHIUNQUE a questo mondo avrebbe il sacrosanto diritto che gli venga riconosciuta la sua dignità di essere umano in tutti i campi, e ci mancherebbe altro. Nessuno contesta questo. Io facevo un discorso diverso: e cioè che la globalizzazione, così come anche l’ immigrazione di massa, si sarebbero dovute gestire diversamente perchè tutti potessero trarne profitto, stranieri compresi. O quantomeno per far sì che ne limitassero i “danni”. Se ci fermiamo sempre ai luoghi comuni e al politically correct non si va da nessuna parte.

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