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Anatomia di un narciso in camice

di Seneca

Nel panorama mediatico italiano, dove la scienza dovrebbe parlare con rigore e prudenza, si è invece imposto un nuovo protagonista: il medico tuttologo mediatico, un personaggio che ha trasformato la propria laurea in un lasciapassare per pontificare su qualunque argomento, dalla virologia alla geopolitica, passando per nutrizione, psicologia, meteorologia e, se necessario, anche l’interpretazione dei sogni. È l’uomo che non conosce confini, che non ammette dubbi, che non contempla l’ipotesi di non sapere: un’enciclopedia ambulante scritta con l’inchiostro dell’autostima e rilegata nel cuoio del narcisismo. La sua presenza in TV è diventata una costante, un fenomeno atmosferico: appare ovunque, a qualsiasi ora, con la stessa puntualità con cui il meteo annuncia pioggia il giorno di Ferragosto. E ogni volta porta con sé un bagaglio di certezze granitiche, opinioni travestite da verità, e un tono di voce che sembra dire: “State tranquilli, ci penso io a spiegarvi il mondo.” Il problema è che il mondo, spiegato da lui, assomiglia più a una fiction che a una realtà verificabile. Il medico tuttologo non cita studi, li evoca. Non analizza dati, li interpreta come un astrologo interpreta i pianeti. Non costruisce ragionamenti, li improvvisa. E quando qualcuno osa chiedergli una fonte, reagisce come se gli avessero insultato la madre: sguardo indignato, sopracciglio sollevato, frase tagliente che ribalta la colpa su chi ha osato dubitare. Perché nel suo universo, la scienza non è un metodo: è un palcoscenico. E lui ne è la star. La sua attività principale non è curare, ma comparire. Non informare, ma performare. Non spiegare, ma dominare la scena. I social sono il suo habitat naturale: selfie in corsia, video indignati, dirette improvvisate, commenti piccati, battute da bar travestite da divulgazione. Ogni polemica è un’occasione, ogni critica un carburante, ogni like una dose di autostima. È un personaggio che vive di esposizione come una pianta vive di luce: se lo togli dallo schermo appassisce, se lo lasci troppo sotto i riflettori prende fuoco. Eppure continua a prosperare, perché il pubblico, stanco della complessità, preferisce la semplicità urlata alla verità sussurrata. Il medico tuttologo è un prodotto perfetto per un’epoca imperfetta: rapido, rumoroso, superficiale, sempre disponibile, sempre certo, sempre pronto a dire la sua anche quando la sua non serve a nulla. Il danno? Non è solo culturale. È sociale. Le sue frasi, spesso prive di fondamento, scivolano nelle orecchie di chi è più fragile, più ansioso, più confuso. Ogni sua opinione travestita da diagnosi diventa un detonatore di paure, un amplificatore di tensioni, un generatore di false sicurezze. E tutto questo per cosa? Per un invito in più in TV, per un titolo di giornale, per un trend su TikTok, per la sensazione di essere indispensabile. Ma indispensabile non lo è affatto. Anzi. L’inchiesta lo dimostra: basta spegnere la sua voce per qualche giorno e il mondo continua a girare con sorprendente efficienza. Nessun collasso sanitario, nessuna crisi istituzionale, nessuna apocalisse informativa. Solo un improvviso, sospetto miglioramento della qualità del dibattito pubblico. Una coincidenza? Gli esperti veri dicono di no. E allora la domanda finale non è se il medico tuttologo sia un pericolo pubblico, ma perché continuiamo a trattarlo come se fosse una risorsa. Perché gli permettiamo di occupare spazi che dovrebbero essere riservati alla competenza, non alla vanità. Perché confondiamo la sua onnipresenza con autorevolezza. La conclusione dell’inchiesta è semplice, tagliente e inequivocabile: il medico tuttologo mediatico è un fenomeno che prospera solo grazie alla nostra attenzione. Toglietegliela, e svanisce. Toglietegli il palco, e tace. Toglietegli la telecamera, e torna ciò che è sempre stato: un professionista qualunque con un ego straordinario. E il mondo dell’informazione, improvvisamente, respira meglio.

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Categorie: - Riflessioni

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