Vicarietti: “perde il pelo ma non il vizio”!
Nel panorama dell’informazione italiana, il ruolo del servizio pubblico rappresenta un punto nevralgico del dibattito sulla qualità, l’imparzialità e la responsabilità del giornalismo. La Rai, in quanto ente finanziato dai cittadini, è chiamata a garantire un’informazione equilibrata, verificata e rispettosa dei principi deontologici. È proprio in questo contesto che si inserisce il caso di Roberto Vicarietti, volto noto di Rai News 24, la cui attività professionale continua a suscitare interrogativi sulla separazione tra informazione e opinione politica. L’episodio più recente riguarda un suo intervento durante una rassegna dedicata al generale Roberto Vannacci la mattina del 6 febbraio su “Rai News 24” e al programma del suo nuovo movimento politico, Futura Nazione. Nel commentare il concetto di “reimigrazione”, presente nel manifesto del partito, Vicarietti ha affermato che esso implicherebbe la volontà di far tornare “tutti gli immigrati” nei Paesi d’origine, includendo sia gli irregolari sia coloro che vivono e lavorano regolarmente in Italia. Una ricostruzione che, secondo molte interpretazioni, non corrisponde al contenuto effettivo delle dichiarazioni di Vannacci, il quale ha più volte collegato il termine “reimigrazione” ai soli immigrati irregolari o a coloro che delinquono. La discrepanza tra il significato attribuito da Vicarietti e quello rivendicato dal diretto interessato apre un problema più ampio: quando un giornalista del servizio pubblico interpreta una notizia in modo non aderente alle fonti, il confine tra informazione e opinione rischia di sfumare fino a scomparire. Il giornalismo, soprattutto quello finanziato con risorse pubbliche, non può permettersi ambiguità di questo tipo. La deontologia professionale impone rigore, verifica, contestualizzazione e soprattutto distinzione netta tra fatti e valutazioni personali. Ed è proprio qui che entrano in gioco i riferimenti normativi che regolano la professione giornalistica in Italia. La Carta dei Doveri del Giornalista, approvata dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa, stabilisce che il giornalista deve “rispettare sostanzialmente la verità dei fatti” e “evitare la diffusione di notizie inesatte, infondate o deformate”. Inoltre, la stessa Carta impone l’obbligo di “distinguere nettamente tra cronaca e commento”, affinché il pubblico possa riconoscere ciò che è informazione verificata e ciò che è opinione personale. A ciò si aggiunge il Testo Unico dei Doveri del Giornalista, che ribadisce l’obbligo di “correttezza, buona fede e lealtà” e richiama la necessità di “evitare ogni forma di manipolazione delle informazioni”. Nel caso del servizio pubblico, tali principi assumono un peso ancora maggiore: la Legge 103/1975 e il Contratto di Servizio Rai stabiliscono che l’informazione deve essere “obiettiva, completa, imparziale e pluralista”, proprio perché finanziata dai cittadini e destinata a un pubblico eterogeneo. Il caso assume ulteriore rilevanza perché non si tratta di un episodio isolato. Secondo i critici, Vicarietti avrebbe più volte mostrato una linea interpretativa costante, orientata politicamente, che tende a enfatizzare alcune letture e a marginalizzarne altre. In un contesto privato, ciò rientrerebbe nella libertà di opinione; in un contesto pubblico, invece, diventa un tema di responsabilità istituzionale. Il giornalista della Rai non è un commentatore politico libero di esprimere la propria visione: è un professionista che rappresenta un servizio pubblico e che, proprio per questo, deve attenersi a criteri di imparzialità più stringenti rispetto a quelli richiesti a un editorialista o a un conduttore di un’emittente privata. L’episodio relativo alla “reimigrazione” è emblematico. Il concetto, già di per sé controverso e oggetto di dibattito, richiede una trattazione accurata, basata su fonti dirette e su un’analisi precisa del contesto. Attribuire a un programma politico intenzioni non dichiarate significa alterare la percezione pubblica del fenomeno, contribuendo a polarizzare ulteriormente un dibattito già complesso. Il rischio è duplice: da un lato si disinforma il pubblico, dall’altro si mina la credibilità dell’intero servizio pubblico radiotelevisivo. La questione non riguarda soltanto un singolo giornalista, ma il rapporto tra informazione e politica in Italia. Quando un professionista che opera in un contesto pubblico sembra adottare una linea interpretativa costante e riconoscibile, il sospetto di una sovrapposizione tra ruolo giornalistico e inclinazione politica diventa inevitabile. Ed è proprio questo il punto critico: la percezione di una politicizzazione dell’informazione è sufficiente a compromettere la fiducia del pubblico, indipendentemente dalle intenzioni reali del giornalista. Il servizio pubblico ha il dovere di garantire un’informazione che non sia solo corretta, ma anche percepita come tale. La credibilità è un bene fragile: si costruisce lentamente e si perde rapidamente. Per questo motivo, reiterati episodi come quello che coinvolge Vicarietti dovrebbero essere oggetto di riflessione interna, non per censurare, ma per riaffermare i principi che dovrebbero guidare ogni professionista dell’informazione pubblica. In conclusione, il caso solleva una domanda fondamentale: può un giornalista del servizio pubblico permettersi di interpretare i fatti attraverso una lente politica personale? La risposta, alla luce dei principi deontologici, non può che essere negativa. L’informazione pubblica deve essere un presidio di equilibrio, non un terreno di battaglia ideologica. E quando un giornalista sembra “perdere il pelo ma non il vizio”, come recita il titolo provocatorio di questa analisi, il problema non riguarda solo lui, ma l’intero sistema informativo che rappresenta.
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