I promotori del “No” fanno leva sul popolo bue!
La pubblicazione del meme che ritrae Giorgia Meloni come una “malata psichiatrica”, diffuso dal deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Francesco Emilio Borrelli, è un gesto che non può essere liquidato come una semplice gaffe social: è il sintomo evidente di una politica che ha smarrito il senso della misura, della responsabilità e persino della propria funzione oltre che mancanza di contenuti seri e convincenti. In un momento in cui il Paese dovrebbe discutere con lucidità della riforma della giustizia, dei suoi effetti sul sistema democratico, dei rischi di una vera dittatura della magistratura come ha paventato lo stesso Di Pietro e delle opportunità democratiche che comporta un ponderato e convinto voto per il Sì, la scelta di ricorrere a un contenuto che utilizza la sofferenza mentale come insulto rivela una povertà di argomenti che non può essere ignorata. È come se, di fronte alla complessità, una parte della classe politica avesse deciso di arrendersi, rifugiandosi nella scorciatoia più facile: la provocazione vuota, la ricerca compulsiva del like, la trasformazione del dibattito pubblico in un’arena di scherni e semplificazioni. Il problema non è solo etico, benché l’uso della malattia psichiatrica come arma retorica sia già di per sé un segnale inquietante; il problema è politico, perché un rappresentante delle istituzioni che sceglie deliberatamente di abbassare il livello della discussione a livello di “battute da caserma”, dimostra di non avere fiducia nella forza delle proprie idee, né nella capacità dei cittadini di comprenderle. È un’ammissione implicita di debolezza: quando non si hanno argomenti, si ricorre al dileggio; quando non si riesce a convincere, si tenta di ridicolizzare; quando non si è in grado di costruire, si prova a demolire. Ma demolire cosa? Non il potere, non le scelte politiche, non le ipotetiche contraddizioni dell’avversario: si demolisce la dignità del discorso pubblico, si demolisce la credibilità delle istituzioni, si demolisce la possibilità stessa di un confronto serio. Purtroppo i promotori del “No” hanno strumentalizzato il referendum non per il vero significato di reale contenuto democratico nella riforma sulla giustizia, ma per una lotta infantile priva di motivazioni serie e convincenti per far credere che con l’eventuale vittoria del “No” si manderebbe a casa il Governo Meloni, e per permettere a Magistratura Democratica di finire di distruggere l’assetto di sicurezza sociale di una nazione svenduta agli interessi delle cooperative rosse della sinistra, lasciando mano libera ai trafficanti di esseri umani. Da ricordare per i più bovini che non hanno la capacità intellettiva di comprendere il valore del referendum e il merito dello stesso e che credono con il “No” di mandare a casa il Governo Meloni, di non illudersi che questo possa accadere, in quanto tale fake è solo il cavallo di battaglia di Conte e della Schlein, quando prima dell’attuale governo, sia il Pd che il M5S erano decisamente a favore della separazione delle carriere nell’ ambito della magistratura, poiché è stato chiaramente affermato dalla stessa Meloni che anche se malauguratamente dovesse vincere il “No”, il suo governo durerà fino a fine legislatura con buona pace dei detrattori! E il paradosso è che a compiere questo gesto di bassa lega intellettiva sia un parlamentare che ha costruito parte della propria immagine sulla difesa dei più deboli: proprio chi dovrebbe conoscere il peso delle parole sceglie di usarle come pietre, senza preoccuparsi di chi colpiscono davvero. Perché il bersaglio reale non è la presidente del Consiglio, che ha gli strumenti per difendersi; il bersaglio reale sono le persone che vivono condizioni di fragilità psichica, trasformate in materiale da scherno per un post virale. È un tradimento etico e culturale prima ancora che politico, un segnale di quanto sia facile sbandierare la sensibilità sociale quando conviene e dimenticarla quando intralcia la polemica del giorno. Questo episodio mostra anche un’altra verità scomoda: la satira, quella autentica, è un’arte difficile, che richiede intelligenza, precisione, capacità di colpire il potere senza disumanizzare le persone e Borelli certamente non è una cima in questo e lo ha chiaramente dimostrato! Qui non c’è satira, non c’è critica, non c’è ironia: c’è solo un contenuto che sfrutta un immaginario stigmatizzante per ottenere un effetto immediato, senza alcuna profondità. È la politica ridotta a reazione istintiva, a riflesso condizionato, a un gesto che vive qualche ora e poi scompare, lasciando però dietro di sé un ulteriore frammento di degrado. E questo degrado non è neutro: si accumula, si sedimenta, erode lentamente la fiducia dei cittadini, alimenta la percezione che la politica sia un gioco sporco, un teatro di infantilismi, un luogo in cui la serietà è un optional. Invece di contribuire a chiarire i contenuti del referendum, questo gesto li oscura; invece di stimolare un confronto maturo, lo rende più tossico; invece di rafforzare la posizione di chi lo compie, la indebolisce, perché rivela una fragilità argomentativa che nessun meme potrà mai mascherare. Se davvero si vuole difendere la democrazia, il primo passo è rifiutare questi metodi, riconoscere che la dignità delle persone non è un bersaglio legittimo e che la politica non può ridursi a un flusso di contenuti virali privi di sostanza. Fino a quando questo non accadrà, episodi come questo continueranno a ricordarci quanto sia urgente ricostruire un dibattito pubblico capace di affrontare la complessità senza scadere nella caricatura, e quanto sia necessario pretendere da chi ricopre un ruolo istituzionale non solo idee, ma anche comportamenti all’altezza della funzione che esercita. E la cosa più deprimente è che noi cittadini ad un soggetto simile dobbiamo anche pagare la scorta che a maggio 2025 è stata addirittura rafforzata! Infine auspico che l’intelligenza del popolo italiano, almeno questa volta si scuota dall’astensionismo andando a votare con un voto di coscienza, comprendendone l’importanza fondamentale per dare una propria partecipazione a salvaguardia della democrazia reale, votando con cognizione di causa per il “Sì” ad una riforma che ci porrebbe finalmente nella lista delle nazioni realmente democratiche e non nel calderone delle nazioni totalitarie, dove correnti politiche gestiscono l’operato della giustizia come nel nostro caso sta avvenendo con “Magistratura democratica”.
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