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Carissima dottoressa

Era la notte fra il 16 e il 17 novembre e mio padre stava per morire, pensavo di riaccompagnarlo a casa ma i vari medici mi invitarono a non farlo nella speranza di fare ancora qualcosa per lui: l’ossigeno, la flebo. Accompagnarlo senza sofferenza fisica. Ho pensato che forse si può fare anche in ospedale. Era una morte annunciata da circa 30 ore in cui, a varie riprese, i medici mi dicevano che non occorreva più fargli cure o “trattamenti”; il suo cuore di 90enne era stanco, molto stanco e non rimaneva che aspettare. Accompagnare una persona in questo ultimo passaggio è un’esperienza significativa nella vita di chi muore e in quella di chi accompagna. Sono ore senza tempo, l’attenzione è presa dalla dolcezza dei ricordi. E la magìa è che i ricordi diventano improvvisamente solo quelli più belli in cui l’amore ha dominato il rapporto e ha determinato l’esperienza. L’inevitabilità del passaggio richiede solo di arrendersi e lasciare che le cose accadano. Fino a quel momento i medici non si sono “accaniti”; mi hanno annunciato l’evento ed io ero lì solo con la mia presenza a dire addio a mio padre ringraziandolo, sussurrandogli nell’orecchio che la vita ha un senso fino alla fine. Proprio quei momenti, se hai la fortuna di viverli, hanno il senso di congedarsi, di accarezzarsi ancora, di sorridersi ancora, di dirsi finalmente e sinceramente: grazie, ti voglio bene. È un momento sacro. Dolce e amaro.

Entrano due uomini nella stanza. Un “dottore, tecnico, specialista” in camicie bianco, alto, imponente: “ i familiari fuori”. Esco con riluttanza ma tranquilla. Quasi subito riconosco i lamenti di mio padre. Vorrei entrare ma mi trattengo: ho sempre timore di queste autorità che ritengono di avere in mano la situazione… i lamenti sono forti e, per me, insopportabili. Gli attimi sono lunghissimi e dunque entro: “cosa sta facendo?”. Sono indignata, arrabbiata, mio padre accasciato su un fianco.

“mi hanno chiamato per mettere una sonda in modo da poter sgonfiare la pancia ….”     ”MA LEI è MATTO!! QUEST’UOMO è MORIBONDO: HA CAPITO BENE?? MO RI BON DO!! E lei si permette di farlo soffrire inutilmente adesso!!!???? Perché non parla con me che so tutto di lui. Sono qui da molte ore: chieda a me…..

(Capirebbe immediatamente che l’unica cosa buona da fare in questo momento è stringere la mano di quest’uomo, sorridergli e onorarlo come essere umano che sta passando gli ultimi momenti della sua vita.)

La sua arroganza non è ancora abbassata e mi risponde: “ Sono stato chiamato dalla dottoressa…..” “ANDIAMO DALLA DOTTORESSA”

Nella stanza dei medici mi trattengo nell’alzare la voce che avrebbe voluto urlare tutta la mia indignazione. La dottoressa è calma e gentile e, probabilmente, ha già intuito che l’intervento è stato inutile, fuori luogo e ha solo aumentato la sofferenza fisica. Non ha senso.

“La cartella clinica dice che il paziente ha l’addome gonfio per cui se sgonfiamo l’addome possiamo farlo respirare meglio……………”

“ma non c’è scritto su quella cartella clinica che mio padre è MO RI BON DO ??  Me lo avete annunciato da diverse ore…non lo scrivete sulla cartella?? E poi ci sono io che lo sto assistendo: parliamo, guardiamoci negli occhi, sentiamo quello che sta succedendo come fra esseri umani.    

Una cartella clinica non è la persona……non si può non guardare le persone e decidere di intervenire in maniera così invasiva e provocare tanta inutile sofferenza. Ogni persona ha diritto di essere guardata non come pezzo di carne o macchina guasta ma come essere umano. Prima delle cartelle cliniche ogni medico dovrebbe guardare le persone, parlare con gli assistenti e capire quanto è importante quello che stanno facendo. Avete scelto un mestiere molto difficile e, soprattutto, non siete preparati ad accogliere la morte che, comunque, inevitabilmente, fa parte della vita e va onorata. Specialmente quando avviene a 90 anni e, generosamente, ci permette di viverla e arrendersi e starci dentro. È l’anima che conta sempre e comunque più della carne.

Gentile dottoressa, le scrivo perché da troppi giorni la mia mente è indignata, confusa e arrabbiata per il trattamento che avete riservato a mio padre quella sera del 16 novembre scorso, due ore prima di morire.

Da parte mia mi sono messa accanto a lui e ho parlato, detto cose mai dette, accarezzato e baciato come facevo quando ero piccolina. Lui ha recepito tutto e la sua anima sicuramente stava partendo dolcemente, lentamente. Perché questa era la sua esperienza umana di questa vita.  Mi domando: perché disturbare in maniera così violenta il trapasso annunciato di un uomo ormai arrivato veramente alla fine della propria vita? Quando lei entra in ospedale, oltre a guardare le cartelle cliniche, perché non viene a guardare le persone, gli esseri umani? Guardi in faccia e parli con loro e con i familiari o chi per essi assiste che, sicuramente, hanno da farvi vedere molto di quello che sta accadendo: cioè tutto quello che non è scritto sulla cartella clinica. Invece di: “fuori i parenti dalla stanza” sentire proprio loro, sentire con il cuore e chiedersi cosa è opportuno fare o non fare. Capisco benissimo che lei cercava di “alleviare” l’insufficienza respiratoria però, se lei avesse considerato i lamenti, se lei avesse visto il distacco dei due operatori, se lei avesse visto anche l’essere umano invece che solo la cartella …lei avrebbe stretto la mano a quell’uomo, avrebbe sorriso a quegli occhi che si aprivano a tratti e avrebbe fatto il regalo più dolce e grande che un essere umano può fare ad un altro essere umano che sta per lasciare il corpo. Sa qual è il problema grande? Manca l’umanità, la fratellanza.  È che voi medici siete preparati tecnicamente ma non siete preparati umanamente. C’è un’anima grande dentro ciascuno di noi da cercare, da rispettare anche se non si vede, sapendo che la carne, a quel punto lì, non è più importante. È più importante congedarsi, emozionarsi, dire le cose non dette, guardarsi negli occhi e avere umiltà di fronte a questo miracolo che è la morte del corpo e la vita dell’anima. Se voi medici non siete preparati a farlo avete il dovere, però, di comprendere ciò che sta accadendo e lasciare alle persone disposte a farlo lo spazio e il rispetto giusto per farlo. È per questo che le persone non vogliono morire in ospedale. Perché in ospedale non siamo più esseri umani ma pezzi di carne, macchine rotte da aggiustare.

Dottoressa, scusi queste parole, che, badi bene, non sono uno sfogo ……..

Sono parole che spero facciano breccia nel suo cuore perché lei ha un grande potere che non è quello di essere “dottore”, “professore”, “persona importante”; lei ha il potere di comunicare, attraverso il corpo sofferente, all’anima delle persone.

E poi ha un dovere: rispettare la dignità delle persone, affinando il suo intuito sia in punto di morte o nel corso della loro malattia. Non siamo cartelle cliniche. Siamo esseri umani, anime che si incontrano per tutta la vita si intrecciano, fanno le loro esperienze spessissimo dolorose ma anime che partiranno un giorno tutte, inevitabilmente. Come si fa? Guardando negli occhi il malato e i suoi parenti, toccando la loro mano, intuendo che c’è qualcosa di miracoloso nella vita e nella morte, intravedendo l’anima. Comunicando con umiltà. Quella sera è mancata la comunicazione fra lei, me e mio padre. La comunicazione fra due donne come se quello fosse il padre di entrambe. Se ci fosse stata comunicazione lei, sono certa, mi avrebbe semplicemente sostenuto in quel compito così difficile di affrontare le ultime ore di vita del proprio padre. Non è un caso che l’anima di mio padre, la mia, la sua e quella del “tecnico, dottore grande e grosso”, siano coinvolte in questa piccola ma importante vicenda. Mio padre ci ha messo la sua morte, io la mia lettera di riflessioni, e lei, insieme al  “tecnico, dottore grande e grosso” ha il potere di praticare un cambiamento nel suo modo di comunicare con i suoi pazienti. Una vera e propria rivoluzione umana. Imparando dalle esperienze. Mi sembra tutto molto buono. Forse possiamo uscirne migliorati e arricchiti tutti. Se comincia lei altri la seguiranno.

È così che si comincia: un essere umano per un altro essere umano. Goccia a goccia. Passo passo. C’è una canzone, bellissima, un miracolo, di Gianna Nannini. “Sei nell’anima”. La ascolti, la canti, la balli, è un messaggio importantissimo. Lasciamo che il nostro cuore si emozioni per tutti i miracoli della vita, compresa la morte. Se lasciamo che il nostro cuore si emozioni la vita si aprirà in tutto il suo splendore quotidiano.

Mi permetto di invitarla ad aprire il cuore in questa professione così difficile che ha scelto. E, forse, abbiamo dato un senso a questa vicenda. Grazie dottoressa. Un abbraccio fraterno.

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