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Quanto è illusoria la nostra percezione della povertà?

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Premetto che questa non vuole essere una disamina della  condizione socio-economica dell’epoca contemporanea, anche se ci sarebbero aspetti da approfondire, come comprendere in cosa consista questo famoso paniere di povertà assoluta ( sarà riempito con uova di gallina o smartphone? Mah).  Piuttosto vorrebbe presentarsi come una riflessione su ciò che ognuno di noi percepisce come benessere, al fine di comprendere quanto siamo effettivamente liberi di desiderare o di contro, risultiamo asserviti ad un sistema che ci induce a richieste sempre più superflue al fine di non collassare.  Orgogliosamente proveniente da generazioni di contadini, sono cresciuta durante gli anni ottanta senza che mi mancasse nessun bene primario ed essenziale. Ma non ho potuto praticare alcuno sport, ho sempre utilizzato le biciclette scartate da mio fratello, non ho fatto vacanze con i miei amici fino a quando non me le sono pagate con i miei guadagni, e la mia prima auto è stata una Fiat 126 bis senza riscaldamento e con accensione a spinta. Avrei dovuto quindi percepirmi povera? Ho amici in cassa integrazione da anni, con il rischio imminente della chiusura dell’azienda per cui lavorano che, pur considerandosi “poveri”, non rinunciano ad accendere finanziamenti per pagarsi la tv al plasma di dimensioni abnormi, piuttosto che cambiare l’auto  o il computer regolarmente.

Il filosofo De Button parla di “status anxiety”, riferendosi alla malattia tipica delle società capitalistiche, ossia l’ansia da status sociale; il raggiungimento del successo economico, la voglia di «diventare qualcuno», il desiderio di affermarsi agli occhi degli altri rappresentano l’obiettivo primario dell’esistenza. Questo perché un sistema incentrato sul progresso e sul mercato si nutre proprio di questi bisogni eteroindotti, facendo percepire l’individuo sempre più povero e insoddisfatto. Joseph Shumpeter, uno dei più grandi economisti del ‘900, lo aveva annunciato: il capitalismo finirà per autocombustione. La speranza è di non rimanere tutti bruciati in questo enorme sistema illusorio e anti-umano.

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16 commenti a

Quanto è illusoria la nostra percezione della povertà?

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  1. 1
    Angwhy -

    Spunto interessante,sai nemmeno io mi sentivo povero con quelle quattro carabattole che avevo,forse perche ero certo che avrei avuto un futuro.è questa la vera differenza col giorno d’oggi

  2. 2
    Yog -

    Non dire babbiate. La 126 ce lo aveva il riscaldamento, è che trovarlo era istintivo quanto trovare il punto G. Stava nascosto sotto il sedile posteriore.

  3. 3
    Golem -

    E Shumpeter aveva visto giusto, perché è quello che sta accadendo.
    Per fare un ragionamento para scientifico andrebbero utilizzati pareri assoluti, indipendenti da valutazioni soggettive che inevitabilmente risentono delle diverse sensibilità.
    Uno di questi a mio parere é la capacità di mantenimento pro capite in funzione del reddito.
    Faccio un esempio. Il mio famoso nonno, contadino. ha mantenuto otto persone in una casa di proprietà, in maniera dignitosa rispetto alla media generale di una cittadina del Sud, nella quale si collocava in posizione medio/bassa. Alto proletariato se si può usare questo termine.
    Mio padre operaio specializzato, quattro persone in casa di proprietà con una collocazione nella fascia proletaria a Milano.
    Io, laureato, facendo una proporzione con il reddito di mia moglie, due persone, tre con l’altro reddito in casa di proprietà sempre a Milano.
    In pratica io ho una capacità di “mantenimento” che meno della metà di mio nonno contadino mezzadro.
    Categoria, piccola borghesia o classe media, che in realtà è un termine che dice poco e niente.
    Non è difficile comprendere che su una base di qualità della vita standard per il periodo in esame mio nonno proporzionalmente stava meglio di me.
    Questa “povertà relativa” in realtà non è percepita come tale perché gran parte del reddito è impegnato per avere una “quantità” della vita che non esisteva per i casi che ho elencato. Questo comporta comunque una valutazione su quelli che sono i bisogni necessari indifferibili, rispetto a quelli “non necessari” ma sentiti come importanti riguardo all’effetto “qualità” della vita.
    >>>

  4. 4
    Golem -

    >>>
    Intendo dire che la sensazione della “qualità” è oggi spesso legata alla “quantità”, e di conseguenza, l’impossibilità di accedervi secondo certi indicatori imposti dalla cultura corrente crea quella sensazione di “povertà” che anche solo una generazione fa non sarebbe stata avvertita come tale, perché semplicemente non esistevano “certi” indicatori, non so se mi sono spiegato.
    Il risultato di tutto ciò è che io, per quanto riguarda i bisogni indifferibili, sono di fatto più “povero” di mio nonno e mio padre. Ma non sembra.

  5. 5
    Nicola -

    il mio criterio di valutazione del benessere è molto impopolare quindi ti consiglio di leggerlo e poi dimenticarlo in fretta. :)

    Per me la ricchezza è legata a concetti logico-matematici piuttosto che a filosofie di vita o fattori culturali.

    E’ presto detto: IL PIL PROCAPITE di un paese misura quanto si è ricchi in quel luogo. Si possono accampare mille obiezioni ma resta il fatto che rispetto a milioni di persone, ivi residenti, si è messi peggio o meglio.
    Nel computo rientrano tutti i componenti familiari conviventi, compreso gli appena nati.

    Tutt’altra considerazione è quella che riservo alla “qualità della vita”, che più incentrata sulla salute e sulle relazioni, ma questo è un altro discorso.

  6. 6
    Anna81 -

    come mi mancano il giradischi, il crystal ball, la televisione nera, le big babol, il ciao di mio cugino che di tanto in tanto mi prestava a insaputa dei miei per andare in giro, le cassette, le canzoni di michael jackson… ah che bei tempi!!! ho ancora i miei diari e le mie lettere raccolti tutti in un cassetto… non me ne libererò mai… si suzanne, siamo alla frutta! :-)

  7. 7
    maria grazia -

    Golem, penso anch’ io che la percezione che abbiamo oggi della povertà sia assolutamente “relativa”. Mia madre, per dirti, oggi possiede due appartamenti, due televisori, un numero smisurato di scarpe, vestiti, numerosi servizi di bicchieri e di piatti e mantiene quattro gattine. Ma è povera – dice lei – perchè percepisce una pensione minima che non le permette di acquistare tutto quello che vorrebbe. Quando io ero bambina la sua disponibilità economica era assolutamente inferiore rispetto a oggi, eppure in quel periodo ( forte di un marito che provvedeva a tutte le sue necessità ) si sentiva pienamente appagata sotto il profilo materiale. Il che poi era vero, perchè io ero una di quelle bambine a cui non mancava quasi niente e che d’ estate faceva sempre le vacanze al mare. Ma oggi io e mia madre non possiamo dire di essere “povere”. La vera povertà è un’ altra cosa.
    E’ quando non hai un riparo in cui alloggiare, non hai cibo da mangiare, non hai vestiti per coprirti. E’ quando devi vivere, per esempio, in capanne costruite con canne di bambù arrangiandoti con quello che riesci a rimediare in giro.
    Quando vivevo a Roma guadagnavo tre volte di più di adesso che vivo in un paesino di provincia. Ma gran parte dei miei guadagni se ne andavano in spese per bollette e affitto e a fine mese mi rimaneva esattamente quello che mi rimane ora, se non meno. Senza contare il fatto che la corsa al guadagno e alla sopravvivenza, avendo tante spese, all’ epoca assorbiva tutto il mio tempo, mi stressava totalmente e non mi permetteva di coltivare progetti e passioni personali. Però chi mi ha conosciuto in quel periodo avrebbe giurato che stavo meglio di adesso perchè giravo con una bella macchina nuova, indossavo sempre abiti ricercati e andavo spesso in gita.

  8. 8
    maria grazia -

    Per me la VERA ricchezza consiste nel condurre un’ esistenza di qualità, più che nel disporre di tanto denaro. E’ palese che oggi si sta peggio di una volta perchè con quello di cui disponiamo ora, una volta avremmo potuto mantenere famiglie numerose. Oggi non è più così, la corsa pazza verso il consumismo sfrenato ( che si nutre di concorrenza sleale e di sfruttamento della manodopera nei paesi sottosviluppati ) nonchè la speculazione incalzante, non permettono quasi più a nessuno di campare dignitosamente con entrate modeste, diciamo pure “normali”. Penso che oggi molta gente si senta povera rispetto alle aspettative che ha, più che sentirsi povera perchè lo è di fatto. E molti desideri che ci accompagnano non sono bisogni autentici, ma aspettative indotte da quella società dei consumi che ci circonda, e che ci vuole perennemente insoddisfatti e sempre tesi a considerare solo quello che non abbiamo, più che ad apprezzare quello che è già presente e tangibile nelle nostre esistenze. Magari sfruttandolo e investendoci su..

  9. 9
    STARLET -

    Seguo ogni tanto il forum, scrivo mai, ma il tuo intervento mi sembra un valido spunto di riflessione, meriterebbe un serio approfondimento.
    Sono dell’idea che la povertà nel senso pieno del termine sia il non poter attingere autonomamente ai beni e ai servizi elementari per la sopravvivenza. Acqua e cibo, igiene e salute, un ricovero dalle intemperie, ripari dagli sbalzi termici. Poi c’è a mio modo di vedere un’altra forma di povertà, la considero una povertà relativa, in relazione al contesto in cui si vive. E al riguardo mi ha fatto pensare quanto scritto da Nicola: mi ritrovo nel concetto dell’avere meno rispetto alla media, una media che però dovrebbe secondo me tenere in considerazione le peculiarità dei soggetti e del loro contesto prossimo, escludendo gli apici e le eccezioni, sia in negativo che in positivo: includendo il milionario e il senzatetto in una media, ad esempio per il reddito medio italiano, si cade nella scarsa attendibiltà del pollo statistico.
    Nonostante ciò, credo che il discorso limitato a sole comparazioni numeriche e reddituali sia un pò riduttivo. Tra le altre cose non tiene conto della percezione più che delle reali possibilità. In tal senso credo che giochino ruoli fondamentali consumismo e status symbol. Sono d’accordo: si tende a sentirsi meno poveri quanto più e di “una certa qualità” si ha, però tradotto in termini di valore socialmente riconosciuto. La mia sensazione è che ci sia una sorta di rincorsa ai confronti, più che su grande scala soprattutto nel proprio piccolo perimetro di riferimento: i parenti, gli amici, i conoscenti, le persone che si frequentano o che hanno fatto parte della nostra vita. Quando qualcuno scopre che l’altro ha qualcosa di (socialmente) “invidiabile”, subito l’altro si sente sminuito, scatta il meccanismo. Il mio vicino ha appena comprato un SUV dopo anni che girava con una vecchia monovolume. Un mese prima l’altro vicino ha parcheggiato il suo nuovo di pacca fuori casa. Sarà un caso?!…

  10. 10
    Suzanne -

    No Yog, veramente era la mia auto ad avere il riscaldamento rotto, dovevo trovare altre strategie ;). Inoltre aveva un sedile sfondato e quindi dovevo guidare con un cuscino, peccato che in questo modo tocassi il tettuccio.
    Golem, sicuramente il potere d’acquisto si è notevolmente abbassato, ma nel contempo si sono estesi a dismisura tutti quei beni considerati di prima necessità. Siccome è un sistema che necessariamente deve crescere in tal senso, probabilmente col passare degli anni ci sentiremo sempre più poveri. Ma in parte la considero una percezione falsata. Mi ha colpito molto la lettera di un signore in difficoltà economiche che si lamentava perché alla figlia non era stata pagata la scuola per diventare regista o qualcosa di simile. Ma un benefattore in tale condizione non avrebbe piuttosto dovuto pensare allo sfratto imminente di questa famiglia, magari offrendo un lavoro alla figlia? Trovo che si sia perso il principio di realtà. Quando dissi a mio padre la mia scelta universitaria lui mi rispose:”fai quel che vuoi, ma ionon te la pago”. Forse questo era un estremo principio di realtà, ma sicuramente mi ha aiutato a non perdere di vista la priorità dei bisogni.

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