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Storia vera.

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Solitario
Oggi mi è capitato tra le mani un libro Chris Stewart, ex batterista dei Genesis, "Una casa tra i limoni". Anzi, per la verità, non è capitato; me lo ha dato mia moglie dicendo:
-Leggiti questo libro, ti piacerà. E’ di un pazzo come te. –
Ed infatti il libro narra di come il protagonista decidesse di lasciare il "mondo civile" per andarsene a vivere in una piccola fattoria sperduta, sui monti dell’Andalusia.
Ho cominciato a leggere svogliatamente: il desiderio di lasciare il caos e lo stress delle città è molto comune… niente di nuovo… Ne so qualcosa per esperienza.
Dopo qualche pagina però la lettura si è interrotta e la mia mente è andata ad una storia ormai quasi dimenticata.
Avevo quarantasei anni e la gente mi considerava un uomo di successo: avevo messo su, da zero, un’azienda che sembrava molto florida (conoscevo solo io la montagna di debiti su cui era costruita), la mia famiglia (moglie e tre figli) vivevano, se non nel lusso, in una tranquilla agiatezza. Non mi mancava niente… Ed ero profondamente infelice.
La mia natura (forse i famosi condizionamenti atavici) era profondamente onesta. Questo vivere da ricchi quando sapevo benissimo di non esserlo, mi manteneva in un continuo disagio. Avevo sperato, massacrandomi di lavoro, di poter portare l’azienda in pari ma, man mano che passava il tempo, mi rendevo sempre più conto che non ci sarei riuscito: in un mondo dove dovevo misurarmi con gente con tanto pelo sullo stomaco, che sfruttava i dipendenti, evadeva le tasse, comprava merce rubata, si incendiava i propri depositi per frodare le assicurazioni, riciclava danaro sporco, ero il tipico vaso di coccio…
E’ vero, i miei dipendenti mi amavano, i fornitori mi davano credito pressoché illimitato, i clienti erano assidui ed affezionati… Ma i margini erano forzatamente bassi e chiaramente insufficienti. Ogni volta che rifacevo i conti (ed accadeva spessissimo) consideravo seriamente l’idea di chiudere tutto… Ma ormai davo da vivere a diciotto famiglie… Che fare… mandarle tutte in mezzo ad una strada?
E così, ogni mattina, ritornavo ad un lavoro che, per me, era un Calvario: dopo le quotidiane visite alle banche, i contatti con i fornitori, le telefonate degli estorsori, appena riuscivo a ritagliarmi un paio d’ore, montavo sulla mia moto e me ne andavo in giro per le campagne, sognando una vita bucolica ed un sano lavoro manuale.
Un giorno lessi sul giornale un annuncio: "Sulle colline di Agropoli, vendesi terreno trentamila mq, con rudere, diciotto milioni." Telefonai solo per curiosità ma il mio interlocutore era un ottimo venditore e mi convinse ad andare a vedere il terreno.
Era sulla strada tra Agropoli ed Ogliastro, la vecchia statale diciannove che, con un milione di curve, attraversava tutto il Cilento, giungendo fino in Calabria.
Un chilometro prima di giungere ad Ogliasto, nascosto tra la vegetazione, c’era un cancelletto di legno marcio dal quale si accedeva ad uno scosceso sentiero di terra battuta: - Qui comincia la proprietà – magnificò il mio accompagnatore – vede quella fila di querce alla nostra sinistra? Comincia di là ed arriva fino a quell’altra fila sulla destra. Tutta questa parte che vediamo, a fronte strada è il confine superiore… Quello inferiore da qua non si vede… Ma ora scendiamo giù… C’è anche un progetto già approvato per un villino a fronte strada… - Ma io del villino a fronte strada non sapevo che farmene… volevo vedere il rudere.
Ci avviamo quindi per il sentiero, scostando con le mani i rami che lo avevano invaso. Dopo aver percorso il viottolo per quattro/cinquecento metri, sbucammo in uno spiazzo dove nascosta tra la vegetazione, sorgeva quella che la mia guida chiamava pomposamente la casa.



Boh… se proprio me lo chiedete ve la descrivo.

luce
dai..........mi piace, continua....
Solitario
Vista dallo spiazzo sembrava una lunga e bassa costruzione di pietra viva ricoperta da un tetto. Vi si accedeva per una porticina in fondo, che il mio accompagnatore aprì con una di quelle grosse chiavi che si usavano una volta.
La prima stanza doveva essere stata una cucina, sulla sinistra c’era ancora un piccolo camino con una data scolpita nella pietra: 1815!
Di fronte alla porta c’era una finestrella con le imposte di legno in buono stato, evidentemente montate in epoca successiva. La aprii facilmente e rimasi incantato: sotto di me si apriva tutta la vallata, migliaia di ulivi, interrotti da piccole e rade case isolate, scendevano dolcemente verso il fondo, dove passava una ferrovia che, vista da lassù, sembrava un giocattolo. Più avanti ancora tanto verde e poi, alla fine, il mare.
Alla sinistra dell’ingresso si entrava in un’altra grande stanza, con la solita finestrella sul panorama e in fondo, sempre sulla stessa linea, ancora un altro locale uguale.
Il soffitto, di grosse travi in legno, lasciava intravedere diverse aperture attraverso le quali entrava il sole, ed i pavimenti, rivestiti in piastrelle screpolate, richiedevano una discreta dose di incoscienza per essere calpestati, avvallati e malsicuri com’erano.
La casa, contrariamente a come sembrava, era di due piani, ma essendo costruita sul fianco della collina, aveva tutti e due i piani al livello del suolo: dalla parte in alto si entrava nell’abitazione e, dalla parte bassa, nelle stalle.
Anche davanti alle stalle si apriva un largo spazio che, dalle porte delle stalle giungeva, dopo una trentina di metri ad una folta siepe di fichi d’india, al di sotto della quale, la collina ricominciava a digradare con una pendenza abbastanza lieve.
Sul lato desto della casa un vialetto in cemento, costeggiato da una fila di porcili, permetteva la comunicazione con le stalle.
Nella parte superiore, sull’angolo, una vite secolare il cui tronco un uomo non sarebbe riuscito ad abbracciare, formava un grosso groviglio che un tempo era stato un pergolato.
Nella parte inferiore un grande gelso aveva sparso i suoi frutti al suolo tutt’intorno.
Al momento non potei rendermi completamente conto della varietà di piante che crescevano su quel terreno, vidi solo tanti ulivi ed alcune viti, perché l’erba, non tagliata da anni, aveva reso la zona impraticabile. Mi accontentai quindi della parola del venditore: - Ci sono peri, meli, ciliegi, fichi, albicocchi, aranci… In fondo c’è anche un grande noce… e tre pozzi. –
Ritornando in ufficio mi forzai di soffocare la mia esaltazione: - Che stupidaggine – Mi dicevo – Ti pare che, con questi chiari di luna, mi vado a comprare una terra? – Il mio essere razionale considerava una cosa del genere una vera pazzia. Mi rituffai nel lavoro e non ci pensai più.
Fino a quando non ricevetti, alcuni giorni dopo, una telefonata:
-Don Vincenzo?
-Si… Chi parla?
-Sono Antonio… di Agropoli… Non vi ricordate di me?
-Si… certo… mi ricordo… avrei dovuto chiamarvi… vi chiedo scusa…
-Allora questo affare… lo volete fare? Io ho altre proposte…
-Si avete ragione, vi chiedo ancora scusa… Ma vendete liberamente… Io non posso comprare…
-Non vi è piaciuta la proprietà?
-Si… Mi è piaciuta ma… non me la posso permettere.
-Ma no! Se vi è piaciuta il resto si risolve. Il prezzo si può rivedere, e poi… non è che i soldi me li dovete dare tutti insieme… Troviamo una soluzione comoda. Domani vi vengo a trovare e ne parliamo da vicino.
-Non voglio farvi perdere tempo…
-Non vi preoccupate: io devo venire a Napoli per altre cose… Non me lo volete offrire un caffè?
-Va bene, d’accordo. Ci vediamo domani.

E fu così che mi ritrovai proprietario terriero.

(continua?)
luce
e adesso com'è????
Solitario
Quote:
Originale di luce
..e adesso com'è????...
Non so adesso com'e...
Allora era così:

Volovia
Caspita che storia!

Ti prego, continua!

L'hai acquistato il terreno? Ce l'hai ancora? Che ne hai fatto dell'azienda?

Scusa la mia curiosità, ma questa storia mi interessa davvero!
Solitario
Quote:
Originale di Volovia
...Caspita che storia!

Ti prego, continua!

L'hai acquistato il terreno? Ce l'hai ancora? Che ne hai fatto dell'azienda?

Scusa la mia curiosità, ma questa storia mi interessa davvero!..
Se non volerai via le tue curiosità saranno soddisfatte!
Solitario
La cosa non fu proprio così immediata. Presi ancora un po’ di tempo e, la domenica successiva, portai moglie e figli in gita, guarda caso, proprio in campagna dove, sempre per caso, c’era una piccola proprietà in vendita.
I ragazzi ne furono incantati ed anche mia moglie mostrò un certo gradimento. Per non parlare di Igor, il nostro bellissimo boxer tigrato, che si lanciò in corse sfrenate nell’erba alta.
Queste corse mi sono rimaste impresse perché ricordo che, vedendolo arrivare verso di noi lanciato come un proiettile e temendo che qualcuno dei bambini si facesse male, mi parai davanti a lui per fermarlo. Ma avevo sottovalutato l’intelligenza del povero animale: quando lo ebbi a qualche metro da me, vista la velocità, pensai di scansarmi spostandomi di lato, la stessa idea la ebbe anche lui… e mi trovai sbattuto per terra con una tale violenza che ancora mi stupisco di esserne uscito tutto intero.
I miei bambini, come tutti i bambini di città, e soprattutto di una città di mare, non avevano le idee chiare sulla campagna ed ogni cosa era motivo di grande meraviglia. Bianca, che aveva otto anni, indicando alcune viti mi chiese: - Papà, quelli sono gli uvi? –
Per lei era normale che, se una pianta che dava le pere si chiamava pero ed una che dava le mele si chiamava melo, quella che dava l’uva si chiamasse uvo!
Avevamo portato le colazioni al sacco e facemmo un delizioso picnic sull’erba, e senza formiche… Quel posto era abbandonato da tanti di quegli anni che, forse, se n’erano andate anche le formiche!
Poi raccogliemmo un po’ di legna secca ed accendemmo un bel fuoco nel vecchio camino con grande divertimento dei bambini e, devo ammetterlo, anche mio.
Mia moglie era in un particolare stato di grazia: quale momento migliore per raccontarle della trattativa in corso e delle mie perplessità circa la spesa?
- Diciotto milioni non sono tanti – disse – E poi, forse, concluderesti a sedici, io ho un po’ di soldi da parte… ti potrei dare una mano…-
Il viaggio di ritorno a casa fu tutto un fiorire di progetti e di programmi… Quel posto era già nostro… Inoltre era a sette/otto chilometri dal porto di Agropoli, dove avremmo potuto tenere una barchetta…
Il lunedì mattina chiamai un mio cognato avvocato e lo pregai di affiancarmi nella conclusione dell’affare. Naturalmente, da buon avvocato, vide tutte le eventuali difficoltà ed i pericoli ed io, ormai cotto a puntino, lo odiai.
Pretese comunque che andassi a trovare tutti i proprietari dei fondi confinanti per fargli firmare una dichiarazione in cui affermavano di non aver interesse ad acquistare la proprietà, fece tutti gli accertamenti catastali necessari e, finalmente, quel piccolo angolo di Paradiso fu nostro.
rossana
... sembra una favola, per la semplicità e l'umanità che vi traspare. Anche tu mi riconcili con il mondo e il quotidiano tran-tran...
Ciao!
Solitario
Rossana, sei sempre troppo buona... Mi permetti di abbracciarti?
luce
e poi?????
dai racconta che ci piace, facci sognare un po'........
Gianco
Ma poi, la storia della ragazza che ti sei portata al fiume come è andata a finire?
Solitario
Quote:
Originale di luce
..e poi?????
dai racconta che ci piace, facci sognare un po'........ ...
Dammi tempo... Ho il pollo sul fuoco... e mia moglie a letto con 38 e mezzo
Solitario
Quote:
Originale di Gianco
...Ma poi, la storia della ragazza che ti sei portata al fiume come è andata a finire?..
Per poco non mi affogava...
luce
solitario , non finisci la storia?

mi ero appassionata ormai
rossana
Quote:
Originale di Solitario
.....
Abbracciami, abbracciami! Vengo qui (quasi) solo per questo...
Però solo fino a quando tua moglie è a letto con la febbre, eh!!!

PS: Davvero Ulisse era Archie?
Mi manca tanto, anzi, tantissimo!!!
Solitario
Un momento di sosta per abbracciare Rossana, e continuo:

Una volta entratone legittimamente in possesso, il piccolo fondo diventò la meta abituale di tutte le mie fughe in moto. Lasciavo il mezzo sulla strada e mi avventuravo in lunghe e disagevoli passeggiate alla scoperta di tutti gli angoli più nascosti della mia nuova proprietà.
Mi accorsi solo alla terza o quarta visita che, nonostante fosse in declivio, il terreno era tutto lavorabile agevolmente, in quanto erano state ricavate una serie di terrazze sorrette da solidi muri a secco.
La parte che dalla casa saliva fino alla strada era un po’ più ripida ed vi prevalevano ulivi e mandorli. Nella zona invece che, dalla casa, portava al confine di destra, gli ulivi erano più radi e si alternavano con viti ed alberi da frutta (ciliegi, peri ed un albicocco). Discendendo lungo il confine laterale, trovai ancora una zona dove, agli ulivi, prevalevano meli, peri, ed altri filari di vite. Notai con meraviglia che le piante non erano in cattivo stato e, addirittura, pendevano ancora dei grappoli d’uva protetti contro gli insetti da calze di nylon: qualcuno nella mia terra si stava facendo l’uva passa!
La zona tra la casa ed il confine inferiore era quasi tutta pianeggiante con gli alberi abbastanza radi: evidentemente, ai suoi tempi, era stata destinata a seminativo.In fondo scoprii un noce gigantesco ed alcuni aranci.
Alle prime visite non riuscii nemmeno a localizzare i pozzi, tanto erano ben nascosti dalla vegetazione.
Un giorno, risalendo il sentiero per raggiungere la moto, vidi una capra che pascolava beatamente legata ad un albero. Decisi quindi che era ora di approfondire la conoscenza con i miei vicini, prima l’uva, poi la capra… Non volevo rompere le scatole a nessuno, ma era giusto che sapessero che quel podere aveva un proprietario!
Alla sinistra della mia proprietà, sempre guardando dall’alto, c’era una casetta appena un po’ arretrata rispetto alla strada: Mi ci diressi deciso ad affrontare il primo dei vicini…
La porta però era chiusa e, al mio ripetuto bussare, nessuno rispose. Rimandai la visita alla volta successiva e rimontai in moto. Avevo fatto solo pochi metri, quando vidi un vecchietto che veniva su per la salita e riconobbi una della persone alle quali avevo fatto firmare la famosa dichiarazione di rinuncia all’acquisto. Mi accostai con la moto e mi fermai al suo fianco: Lo spaventai a morte. Vedendomi col casco e col giubbotto di pelle, il pover’uomo aveva temuto una rapina…
Quando alla fine mi ebbe riconosciuto e si fu ripreso dallo spavento, mi invitò in casa (proprio quella casetta a cui avevo bussato invano) e mi preparò un caffè in una piccola cucina, molto pulita ed in ordine, dove un micragnoso fuocherello bruciava nel camino. Ci sedemmo su due sedie impagliate e cominciammo a conoscerci.
In verità era più lui che conosceva me, anziché io che conoscessi lui: parlava un dialetto talmente stretto che riuscivo appena ad indovinare una parola ogni dieci.
Comunque, dedussi che si chiamava Matteo, che viveva solo (i figli erano emigrati) ed era pensionato. Alla terra dedicava appena il tempo necessario a tenerla in ordine, e passava la maggior parte delle ore libere a guardare lo sfrigolìo di un grosso televisore in bianco e nero che troneggiava in un angolo della cucina.
Io feci il povero cittadino sprovveduto e gli chiesi di consigliarmi su cosa fare del mio terreno e fui subito adottato. Mi promise che alla prossima visita mi avrebbe accompagnato a conoscere la mia proprietà e ci salutammo da buoni amici.
luce
solitario mi stai facendo morire di curiosità........a quando un altro assaggio?
Solitario
Quote:
Originale di luce
...........a quando un altro assaggio?..
Arriva... arriva...
Solitario
La volta successiva passai a prendere Matteo ed effettuammo insieme la "visita guidata".
Mi portò a vedere i pozzi: uno era ad una cinquantina di metri dalla casa, un altro era verso il confine di destra, all’inizio della zona a frutteto, e l’ultimo nella zona pianeggiante in basso. Mi assicurò che erano tutti molto efficienti e sufficienti per dare acqua alla casa ed irrigare tutto il terreno. L’acqua era anche ottima da bere. Certo avrebbero dovuto essere puliti, ma non si trovava più nessuno disposto a scendere in fondo ad un pozzo per fare questo lavoro.
Approfittai per chiedergli dell’uva con le calze e della capra e mi disse che il colpevole era un vecchiaccio cattivo che abitava nella casa dall’altra parte della strada. La mia terra era stata, in passato, di un suo nipote e lui continuava a farla da padrone… Mi assicurò che gli avrebbe parlato lui; io volevo andarlo a conoscere subito ma me ne dissuase assicurandomi che era un vecchio scorbutico che non mi avrebbe fatto una buona accoglienza. Solo molto tempo dopo scoprii che era una persona dolcissima… Il buon Matteo ce l’aveva con lui per non so quale vecchia faccenda. Dopo averlo conosciuto venni a sapere che Matteo, approfittando della sua amicizia con me, si era spacciato per custode del mio fondo e gli aveva ingiunto di non metterci più piede.
Io, all’oscuro di tutto, non immaginavo che fosse risentito: quando lo incontravo lo salutavo cordialmente ed il suo modo scontroso di rispondere, non faceva che confermare quanto mi era stato raccontato di lui.
Prima di ripartire mi fermai a prendere il caffè con Matteo e gli chiesi notizie sugli usi e le abitudini dei locali, incominciando a fare l’orecchio al dialetto. Tra le altre cose mi disse che la gente del posto era pigra, che lui aspettava da mesi un idraulico per il discarico in bagno che scorreva rumorosamente tenendolo sveglio la notte…
E’ straordinario come una persona che ha passato una vita in campagna, facendo mille lavori, non fosse in grado di sistemare un galleggiante. In due minuti glie lo misi a posto ed avanzai di un punto nella sua considerazione.
Quando andai via mi salutò calorosamente assicurandomi di stare a pensiero tranquillo che, alla mia proprietà, avrebbe badato lui.
L’autunno e l’inverno passarono senza altre novità.
Io di agricoltura non sapevo assolutamente niente, cominciai a tentare di capire qualcosa e mi abbonai ad una rivista specializzata. Nel frattempo il buon Matteo, fedele al suo compito di guardiano, si raccolse tutto quello che c’era da raccogliere, alla mia salute.


Solitario
In primavera Matteo mi disse:
- Guarda che, con tutta quest’erba, il pericolo di incendi è grande… I vicini si lamentano… Se dovesse succedere qualcosa se la prenderebbero con te…
- E cosa si può fare?
- Bisogna tagliarla… Ci vuole un trattore…
- E dove lo trovo?
- Non ti preoccupare, c’è un bravo ragazzo in paese… Ti ci accompagno io. -
Il bravo ragazzo si mise subito a disposizione e
- Si può fare – mi disse – ci vorranno due o tre giorni… se vuoi, per l’amicizia di Matteo, posso cominciare anche subito.
- Va bene… ma… quanto mi costerà?
- Non ti preoccupare, ti faccio un prezzo da amico: un milione.
- Azz…! Un milione?
- E’ veramente un trattamento speciale: considera l’ammortamento della macchina, con quello che costa… Il consumo di gasolio… Le mie giornate di lavoro…
Era un fulmine a ciel sereno, ma che potevo fare? Potevo mai rischiare un incendio? Mi rassegnai all’inevitabile e diedi il via al lavoro.
Dopo qualche giorno il trattorista venne con un camion dal quale scaricò un grosso trattore cingolato e si mise al lavoro.
In verità, dopo l’intervento il mio regno cambiò completamente aspetto: una volta ripulita, ebbi finalmente modo di muovermi liberamente sulla proprietà e di scoprirne tutti gli aspetti positivi. Mi resi conto che quella che pareva una foresta era un bel podere a grandi terrazze e potei finalmente constatare la ricchezza e la varietà di piante che vi crescevano.Gli ulivi erano circa duecentoquaranta (l’ultimo raccolto se lo era fatto Matteo), i mandorli una sessantina, una quarantina di peri, qualche pesco, una diecina di meli, un discreto vigneto, una quindicina di aranci, senza contare i fichi, che spuntavano un po’ dappertutto, il grande noce, il gelso accanto alla casa e l’unico albero di saporitissime albicocche, che il trattore aveva agganciato alle radici troppo in superficie e portato via. Le due file di querce sui confini avrebbero potuto dar legna per cento camini e, dulcis in fundo, la siepe di fichi d’india dei quali ero e sono ghiottissimo!
Da quel momento ogni ora libera la trascorsi in campagna. Cominciai ad acquistare asce, falci, falcetti, roncole, cesoie zappe, badili e, in una delle stalle mi organizzai una specie di deposito-officina.
E intanto la mia biblioteca si arricchiva di innumerevoli trattati di agronomia e di riviste del settore. Mi convinsi che, se volevo veramente fare qualcosa, mi dovevo attrezzare per farlo da solo: non ero assolutamente in grado di assumere mano d’opera né di controllarla.
Intanto l’erba cresceva e pensavo che, per agosto, avrei dovuto spendere un altro milione per il trattorista. Questo benedetto terreno richiedeva due milioni l’anno solo per tenerlo al sicuro dagli incendi!
Fatti un po’ di conti mi misi alla ricerca di un piccolo trattore d’occasione: avrei fatto da me il lavoro necessario e non avrei buttato soldi a vuoto.
Fortunatamente trovai quasi subito un buon affare: un trattorino a quattro ruote motrici con una serie infinita di accessori: l’aratro, la fresatrice, la pompa con relativo contenitore per l’irrorazione, la falciatrice ed uno spazioso rimorchio. Lo acquistai per un prezzo abbastanza buono: - in quattro cinque anni – pensai - si sarà ripagato solo facendo il lavoro che avrebbe dovuto fare il trattorista antincendio!
Quando finalmente lo ebbi a casa, trascorsi una notte intera a studiarlo ed a smontare e rimontare tutti gli accessori.
Dal giorno successivo il trattore ed io diventammo inseparabili, oltre che per il suo normale lavoro, lo usavo per spostarmi su fondo, ci salivo sopra per raggiungere i punti alti degli alberi, usavo il suo potente motore per qualunque lavoro richiedesse troppa forza per poterlo fare a mano.
Quando poi vi attaccavo la falciatrice mi sentivo meglio di Buffalo Bill sul suo cavallo: a torso nudo, con un cappellaccio per ripararmi dal sole, mi inebriavo al profumo dell’erba appena tagliata. E non vi dico l’emozione se capitava di vedere, all’improvviso, una lepre che, perduto il suo nascondiglio nell’erba, scappava spaventata.
Volovia
Mi sembra tutto troppo bello...
Come andrà a finire?
Solitario
Purtroppo il tempo che potevo dedicare a questo mio hobby era molto limitato: solo qualche fine settimana, ritornando a Napoli la sera del sabato per poi ripartire la domenica mattina: Con la casa in quelle condizioni non era possibile fermarsi la notte ed i tempi in cui mi piaceva dormire sotto una tenda erano passati da un pezzo.
Un giorno parlai a Matteo di questo mio problema.
- Perché non fai sistemare la casa? – mi disse.
- Perché non ho soldi… e qui ce ne vorrebbe una barca…
- Ma no! Non ci vogliono molti soldi… Puoi cominciare a sistemare una parte… Lavorando in economia, con un muratore… andando tu stesso a comprare i materiali che servono.
- Si… Forse così si potrebbe fare… un poco per volta… Ma ci vorrebbe un muratore…
- C’è un mio nipote che è un ottimo muratore… Gli pagheresti solo la giornata… Abita in un paese qui vicino.
Il sabato successivo Matteo ed io eravamo in viaggio in cerca del provvidenziale nipote. Fummo accolti con grandi cerimonie, fatti accomodare davanti al camino a bere vino "primitivo" ed a parlare di mille argomenti. Io avevo fatto un po’ l’orecchio al dialetto ma non capivo proprio tutto. Comunque, quelle brave persone si sforzarono di parlare italiano ed alla fine e mi fecero visitare la loro casa, che quel "prodigio" di figlio aveva costruita tutta con le sue mani. Quando gli espressi le mie necessità il giovane mi assicurò che l’indomani sarebbe venuto a vedere cosa si poteva fare.
Il mattino dopo, quello che ormai avevo eletto a mio salvatore, giunse puntualissimo.
Studiò la casa dentro e fuori per una ventina di minuti, senza parlare.
- I solai ed i tetti sono da rifare – disse quando ebbe concluso il suo esame. – Non ti conviene: la spesa sarebbe esagerata.
- E allora?
- Ti conviene di più completare quell’ultima parte che attualmente è scoperta: il solaio intermedio, quello di calpestio, è fatto con putrelle di ferro e si può facilmente rinforzare, la copertura la facciamo ex novo, con un terrazzo e senza tetti, che costano troppo.
In effetti la costruzione comprendeva una parte di cui non ho neanche parlato: era sul lato sinistro della casa, sempre guardando dall’alto, e non l’avevo proprio presa in considerazione in quanto aveva solo le mura perimetrali ed era a cielo aperto.
- Si fa prima a completare questa parte, senza nulla da demolire, e lo spazio è sufficiente per un intero appartamento.
La cosa mi lasciò abbastanza sconcertato, non era questa la mia idea e poi… Speravo di cavarmela con meno. Comunque Giovanni (questo era il suo nome) mi assicurò che il lavoro sarebbe venuto bene, che, naturalmente, non avrebbe potuto fare tutto da solo ed avrebbe avuto bisogno di un aiutante. I materiali saremmo andati a comprarli insieme col suo camion e non sarebbero costati molto…
- Per i pavimenti – concluse – conosco un posto dove li potremo comprare di seconda scelta… Li pagherai una miseria…
- Giovà – esclamai – Non molto, una miseria, poca spesa… Ma… in lire… Quanto mi costerà questo scherzo?
- Non lo so… devo fare un poco di conti… Sabato ti vengo a trovare e ti faccio sapere.
Quando andò via mi precipitai in paese a comprare una rollina e passai il resto della giornata a misurare e sognare.
Effettivamente lo spazio mi sembrò più che sufficiente: era a forma di elle, con i due lati esterni di circa dodici metri e quelli interni di sei metri: così, ad occhio e croce, calcolai che si sarebbe potuto agevolmente ricavarne una grande cucina, un soggiorno, una camera ed una cameretta.
Durante tutta la settimana successiva trattai con i clienti ed i fornitori disegnando piantine.
luce
mi piace molto questo racconto solitario....mi sembra di rivivere la ristrutturazione della mia umile dimora..................daiperò, non allietarci con il contagocce....................
Solitario
Il sabato successivo Giovanni fu puntualissimo ma, quanto al preventivo, fu più vago della prima volta. Seppe solo dirmi che lui ed il suo aiutante mi sarebbero costati poco più di centomila lire al giorno, che il lavoro avrebbe richiesto circa due mesi e che gli avrei dovuto pagare solo le giornate di effettiva presenza in cantiere ( lui pensava una quarantina). Sul costo dei materiali rimase nel vago, mi spiegò che avrebbe predisposto il necessario per gli impianti elettrico ed idraulico, ma che poi avrei dovuto chiamare degli specialisti.
Effettivamente il costo di mano d’opera era irrisorio e diluito nel tempo. Il resto però sarebbe stato tutto a sorpresa… Ma io questa benedetta casa la volevo e mi feci coraggio pensando che, per male che potesse andare, avrei sempre potuto sospendere il lavoro nel malaugurato caso di problemi economici.
D’altra parte sono portato, per carattere e per abitudine al rischio di impresa, a prendere rapidamente le mie decisioni. L’avventura mi attirava troppo per rimandare… Chiusi gli occhi e mi tuffai.
Solo dopo l’inizio dei lavori chiesi ad un amico ingegnere di venire a dare uno sguardo per darmi qualche consiglio: l’amico ammirò molto il piccolo fabbricato, rimase incantato dai muri costruiti come una volta, con pietre irregolari incastrate pazientemente… e poi vide la lesione: verso l’angolo estremo, nella parte bassa.
- Non ti preoccupare – disse – queste case si costruivano senza fondamenta profonde. Evidentemente il terreno deve aver ceduto un poco. Fai scavare sotto quel muro fino a trovare la roccia e fagli fare una base di cemento, è cosa da poco… -
Un’altra cosa da poco.
Non voglio tediarvi con i particolari: vi basti sapere che i lavori durarono quasi un anno, alla fine del quale, i risparmi miei e di quella santa donna di mia moglie erano ridotti pressoché a zero.
La casa però venne bene: una grande cucina con, in un angolo, una spettacolare stufa a legna, il soggiorno spazioso, dominato da un simpatico camino, una bella camera da letto ed una cameretta per i bambini. Il bagno poi, ricavato lateralmente all’ingresso, era la mia rivincita sui quelli relativamente piccoli di città, e con una cabina doccia fuori misura.
L’idraulico aveva fatto un bel lavoro: aveva installato un’autoclave sul pozzo più vicino portando l’acqua fino alla casa. All’esterno predispose un deviatore in modo che, quando sarebbe arrivata l'acqua dell'acquedotto, che passava non lontano, avrei potuto scegliere, spostando una levetta se utilizzare il pozzo o l’acquedotto.
Gli infissi li fece un falegname locale molto economico, con comode zanzariere (con tutto il mio amore per la natura preferivo lasciare fuori mosche e zanzare!).
Quanto al riscaldamento, mi affidai al fuoco per soggiorno e cucina e, nelle camere da letto, misi dei termosifoni elettrici.
L’arredamento fu compito di amici e parenti, che si liberarono di tutte le loro vecchie carabattole: I mobili della cucina erano stati appena dismessi da un amico che aveva rinnovato la casa. Vi aggiunsi solo un lungo tavolo in legno con relativa panchina, opera di un artigiano locale. Il soggiorno fu meravigliosamente arredato da un mio cognato che approfittò dell’occasione per rifare l’arredamento di casa sua. Per la camera da letto, andai a liberare il deposito di una mia sorella, dai mobili che, in un lontano passato, avevano arredato la camera dei miei genitori. Nella cameretta misi un vecchio letto a castello ed una brandina.
Ci andammo per due fine settimana. Poi fui preso da problemi di lavoro che mi tennero impegnato anche il sabato e la domenica per circa un anno. Credo che la fatica e lo stress mi avrebbero ucciso, se non avessi saputo che la mia casetta era lì…




luce
dai solitario....non ci posso credere.....mi sembra di rivedere una decina d'anni fà......la casa da ristrutturare ma potenziale economico disastroso.............in giro a casa di amici e parenti per raccattare ogni piccolo mobile per loro inutile e per me vitale................

dai dai dai......vai avanti.....
Ulisse
Ma le capre, quando arrivano ?
Solitario
Un po' di pazienza...
Solitario
Quell’anno fu molto pesante: la crisi economica cominciata al nord qualche tempo prima, era giunta anche da noi (con ritardo, come tutte le cose che arrivavano al sud). I costi lievitavano, i fornitori esigevano pagamenti più brevi, la liquidità delle aziende era ridotta al lumicino. In tutto questo le richieste degli estorsori si erano fatte più pressanti e più esose. Per non parlare delle rapine.
Fui costretto a prendere il porto d’armi ed a girare con la pistola sotto l’ascella, come nei film… Ma questa è un’altra storia…
Feci giusto qualche salto in campagna per assicurarmi che fosse ancora tutto lì.
Un giorno, andando a ritirare la macchina dal meccanico, lo vidi che stava caricando sul furgone due cuccioli.
- Carini – dissi – dove li porti?
-Li vado a sperdere… Ho tentato di sistemarli in tutti i modi, ma nessuno li vuole: sono due femmine, e in officina non posso tenerli.
- Povere bestie…
- Si, lo so, ma che posso fare?
- Dalle a me… Ci penso io!
Bravo – pensai – ti sei preso un’altra gatta da pelare…- Avevo fatto andare la lingua prima del cervello. Ora che ne facevo di queste due bestiole? Avevamo già Igor ed era più che sufficiente… Ma ormai le avevo in macchina e dovetti portale a casa.
Appena le poggiai per terra, nell’ingresso, battezzarono immediatamente il pavimento a cera… I bambini furono estasiati ma mia moglie mi guardava con uno strano sguardo.
- Non ti preoccupare, non devono stare qui. – le dissi per evitare la tempesta che si addensava nell’aria – le porterò in campagna.
- E chi penserà a loro?
- Le affiderò a Matteo…
Come al solito mi ero tirato addosso un altro problema: convincere Matteo!Però in casa l’atmosfera ritornò serena e la mia dolce consorte praticò alle bestiole tutte le cure necessarie, diede loro da mangiare e le battezzò: Peppa e Camilla.
Il giorno dopo con i due cuccioli in macchina raggiunsi la casetta in campagna, non prima di aver acquistato un alimentatore automatico ed un grosso sacco di mangime per cani.
Le sistemai, con l’alimentatore, un recipiente colmo d’acqua e la cuccia, in una piccola stalla senza porta, poi andai a cercare Matteo.
Il buon uomo mi assicurò che avrebbe pensato lui alle bestiole e potei ripartire tranquillizzato.
Peppa e Camilla furono i primi abitanti della "fattoria" a cui, in seguito, seguirono molti altri.
Intanto la mia azienda diventava sempre più difficile da mantenere a galla. Avevo fatto una massiccia campagna pubblicitaria su giornali e televisioni locali e gli incassi erano molto alti, ma non riuscivo a trarne i margini necessari a coprire le spese. Avrei avuto bisogno di un significativo apporto di capitele fresco, in modo da poter comprare per contanti beneficiando degli sconti cassa, che in quel periodo erano altissimi, e risparmiare gli esosi interessi addebitati dalle banche e dai fornitori, ai quali ero costretto a ritardare continuamente i pagamenti.
Quando mi convinsi che non c’era altro mezzo, mi misi alla ricerca di un compratore che, investendo il danaro necessario, avrebbe potuto risolvere i problemi di liquidità e trarne un ottimo profitto.
E così, dopo lunga e penosa malattia, un bel giorno ritornai a casa senza l’azienda e con un po’ (poco) di soldi in tasca.
Avevo lavorato più di dieci anni per nulla… Ma, finalmente, ero un uomo libero.




luce
e poi?.........come và avanti che sono curiosa...
Solitario
Fortunatamente avevo fatto "un buon matrimonio": mia moglie era ed è un’amministratrice di prim’ordine e non aveva problemi a mandare avanti la famiglia col suo stipendio di insegnante ed un quasi insignificante contributo da parte mia. Quando le comunicai l’intenzione di provare a trarre i mezzi di sostentamento dal mio lavoro manuale in campagna, espresse i suoi dubbi, ma non contrastò quest’idea, che lei riteneva, giustamente, pazzesca. Pretese solo che installassi un telefono, perché voleva essere in grado di contattarmi senza problemi. Naturalmente lei ed i bambini sarebbero rimasti a Napoli, senza escludere la possibilità di trasferirsi, se e quando il mio progetto avesse dato i risultati sperati.
Ora so che era una pietosa bugia: vedeva chiaramente che ero sull’orlo di un collasso nervoso e riteneva che un po’ di vita all’aria aperta non avrebbe potuto che farmi bene.
In quel periodo chiedere un telefono in aperta campagna non era cosa da poco: alla società telefonica mi dissero che la cabina della zona era già sovraccarica e che, almeno per il momento, non erano disponibili nuovi numeri.
Allora ancora non esistevano i cellulari, ma erano in commercio i primi portatili senza fili, che funzionavano ad onde radio. Ne comprai uno potentissimo ( dieci chilometri di portata) ed andai a trovare Matteo.
Gli spiegai il mio problema e gli proposi di collegare l’aggeggio al suo telefono: naturalmente mi sarei fatto carico io dell’intero costo della bolletta telefonica.
Egli non ebbe niente in contrario e, detto fatto, mi arrampicai sul suo tetto e, con l’aiuto del santo protettore degli incoscienti e tanta fortuna, installai l’antenna.
Ora potevo usare il mio telefono nel raggio di dieci chilometri dalla casa di Matteo e, in più, potevo anche usufruire di un interfono per comunicare con lui.
Tornato a casa, caricai la macchina con pochi effetti personali e tutti il libri e le riviste sulla mia nuova attività e mi trasferii in campagna.
I primi giorni non furono il Paradiso che mi aspettavo: Ero vissuto cinquant’anni nella confusione, nella folla e nel rumore della città, e ritrovarmi completamente solo, mi metteva addosso una certa inquietudine. Inoltre, l’abitudine presa negli ultimi tempi, a muovermi sempre con prudenza, guardandomi alle spalle, tardava ad abbandonarmi, tanto che continuavo, all’interno della mia proprietà, a girare armato!
La sera poi, nel buio assoluto, in un silenzio popolato da suoni per me del tutto nuovi, non mi sentivo per niente tranquillo e, se sentivo qualche rumore all’esterno, spegnevo tutte le luci, prima di affacciarmi nel vano della porta con il revolver in pugno!
Solo quando vedevo Peppa e Camilla tranquillamente distese sotto il portico, rientravo in casa momentaneamente rassicurato.
Prima di iniziare qualsiasi attività, presi l’abitudine di andarmene un po’ in giro per il paese a parlare con la gente: volevo capire come vivevano, quali erano le attività a cui si dedicavano e da cui traevano il loro reddito. Inizialmente li trovai schivi e riservati: mi consideravano un villeggiante fuori stagione piuttosto impiccione, e mi trattavano di conseguenza. Il fatto poi di essere lì solo, senza moglie, alimentava ancora di più la loro naturale diffidenza.Qualcosa però la appresi lo stesso: in quel paese agricolo, nessuno viveva di agricoltura.
I pochi giovani erano commercianti o operai pendolari. I molti vecchi erano pensionati.
C’erano solo un paio di agricoltori, ma presto mi resi conto che con l’agricoltura non avevano nulla a che vedere. Non facevano altro che tenersi informati sui finanziamenti e sugli incentivi statali e impiantare colture finanziate, per sostituirle subito con altre incentivate successivamente. Insomma, vivevano di incentivi.
Presto mi resi conto che non avevo nessuna possibilità di vivere facendo il contadino, inoltre la terra era troppo poca per qualsiasi cosa volessi coltivare.
Era il tempo in cui si cominciavano a vedere le prime aziende agrituristiche ma, da solo e con mezza casa, erano fuori discussione.
L’unica possibilità che mi venne in mente fu l’allevamento. Ma un allevamento intelligente, fatto di piccoli animali e di qualità pregiate.
Mi rituffai quindi nei miei studi di fattibilità e, nel tempo libero, decisi di farmi un orto.
Matteo intanto aveva preso l’abitudine di venirmi a trovare tutte le mattine, ci facevamo un caffè espresso con una bella macchina, regalo del mio ex commercialista, e ci intrattenevamo una mezz’oretta in conversazione:
- L’idea dell’orto è buona – mi disse – hai la zona adatta nei pressi del secondo pozzo.








Solitario
Eravamo all’inizio della primavera e pensai che non bisognava por tempo in mezzo. Ero molto ottimista sui risultati perché pensavo che il terreno non era stato sfruttato per decenni, quindi avrebbe dato buoni frutti, soprattutto ecologici, non avendo bisogno di fertilizzanti, ed ero fermamente deciso a non usare insetticidi ed erbicidi vari.
Scelta la zona (perfettamente d’accordo con quella indicata da Matteo) mi misi al lavoro con l’aratro. La prima scoperta fu che non era tutto oro: vennero infatti in superficie molte grosse pietre e il compito risultò più gravoso di come si era presentato a prima vista: ogni tanto mi dovevo fermare per raccoglierle ed adunarle in piccoli mucchi che, in un secondo momento, dovetti portar via, utilizzando per la prima volta il rimorchio del trattore.
Poi, seguendo le istruzioni dell’apposito libro, lasciai il terreno ad arieggiarsi per qualche giorno, prima di ripassare con la fresatrice. Quando scavai i solchi Matteo, seduto su di una pietra, osservava senza parlare.
Per garantirmi la possibilità di irrigare il futuro orto, portai una linea elettrica dalla casa al pozzo e comprai una pompa sommersa. Si trattava un cilindro molto pesante lungo una cinquantina di centimetri e largo quindici che, collegato con un cavo elettrico ed immerso nell’acqua, la mandava in superficie attraverso un capace tubo. Poi andai a comprare le piantine.
Al vivaio dovettero pensare che ero un nuovo magnate dell’orticoltura: comprai una quantità industriale di piantine di pomodori, melanzane, zucchine, e molti altri ortaggi di stagione. Non dimenticai nemmeno zucche, meloni ed angurie.
Nei giorni successivi, munito di una volontà certamente degna di miglior causa, sistemai tutte (o quasi) le piantine nei buchi, praticati con uno strumentino acuminato inventato per l’occasione. Innaffiai abbondantemente e rimasi ad ammirare la mia opera.
Matteo, seduto su di una pietra, osservava senza parlare.
Man mano che le piantine crescevano, cominciai a sistemare i "tutori", dei sostegni fatti con piccole canne ai quali assicurarle. La maggior parte del tempo però lo passavo ad estirpare le erbacce che crescevano nei solchi.
Una mattina, aveva piovuto tutta la notte, mi affrettai al mio orto ansioso di vedere i benefici tratti dalle piante da un tanta benefica acqua. Rimasi di pietra: L’acqua, scorrendo nei solchi aveva travolto tutto il mio lavoro.
Matteo, seduto su di una pietra, finalmente parlò:
- E si capisce! Hai scavato i solchi nel senso sbagliato! Avrebbero dovuto essere perpendicolari alla pendenza del terreno, tu li hai fatti paralleli… L’acqua ha formato tanti piccoli torrenti!
- Ma come Matteo, me lo dici adesso? Non potevi dirmelo quando hai visto come li scavavo?
- E che ne so! Tu, coi tuoi libri, sapevi già tutto…
Evidentemente, non chiedendo il suo aiuto, lo avevo offeso e lui, seduto sulla pietra, aveva aspettato di veder passare il mio cadavere…
Comunque, passò il resto della giornata aiutandomi a salvare il salvabile e, alla sera, era ritornato in piedi circa un terzo dell’orto. Fortunatamente, grazie alle mie manie di grandezza, avevo messo tante di quelle piantine, che quelle che restavano formavano ancora un orticello abbastanza soddisfacente.
Quando le piante furono cresciute da richiedere più acqua, venne fuori l’uomo del ventesimo secolo che era in me ed installai quattro "lance" collegate al pozzo che riuscivano ad irrigare a pioggia tutta la superficie dell’orto: Io, dall’alto, inserivo la corrente e mi beavo ad ammirare la mia opera…










luce
sei meraviglioso Solitario....riesco a vedere ciò che descrivi.....
Solitario
Quote:
Originale di luce
.....
Grazie luce, sono contento che ti piaccia.
Solitario
Intanto lo studio dei "miei libri" mi portò a considerare la possibilità di allevare tacchini. Naturalmente non i normali tacchini grigi e piccolini che si vedono su tutte le aie che si rispettano: tacchini bianchi giganti!
Più leggevo e più ero affascinato dall’idea. Il libro diceva che si potevano allevare all’aperto, che raggiungevano abbastanza velocemente i quaranta/cinquanta chili, non richiedevano particolari cure ed erano saporitissimi. Oltretutto erano al riparo dai ladri, perché molto aggressivi e si facevano avvicinare solo dal loro allevatore!
Ci rimuginai un po’ su poi, con l’aiuto di una rivista di settore (allora non c’era Internet), localizzai un allevamento di questi straordinari animali in provincia di Modena.
Contattai telefonicamente l’azienda e mi confermarono che avrebbero potuto fornirmi un centinaio di uova ad un prezzo che mi sembrò ragionevole.
Presa la decisione, ordinai, sempre tramite la rivista, una capiente incubatrice e, non appena l’ebbi ricevuta, confermai la commissione delle uova.
Sistemai l’incubatrice in uno dei locali nella parte non ristrutturata della casa, vi piazzai le uova e mi dedicai alla preparazione del recinto.
Calcolai di dedicare ai tacchini la zona che, dall’alto della strada, costeggiando la stradina di accesso, giungeva fino alla casa. Era un cerchio irregolare di circa quattromila metri quadrati: quasi trecento metri di recinto da costruire! Decisi di utilizzare una rete metallica piuttosto fitta, per impedire l’ingresso ad eventuali predatori, fissata a robusti pali in legno infissi nel terreno. Volendo distanziare i pali di quattro cinque metri l’uno dall’altro, occorrevano una settantina di pali.
Anche per i pali l’aiuto di Matteo mi fu prezioso: mi accompagnò, su per le colline, fino ad un posto in capo al mondo, dove un cortesissimo boscaiolo mi confermò di avere quello che mi occorreva. I pali erano già pronti ed appuntiti, pronti per essere utilizzati. Mi consigliò, per evitare che marcissero o che fossero attaccati da parassiti, di bruciare la parte che andava infissa nel terreno, prima di utilizzarli.
Ne ordinai un centinaio (tanto sarebbero sempre serviti) e mi assicurò che me li avrebbe consegnati personalmente col suo camion.
Ritornato in sede, mi accinsi a tracciare il perimetro della "zona tacchini" con l’aratro: bisognava fare un solco abbastanza profondo, perché la rete andava interrata almeno di trenta quaranta centimetri per evitare che volpi o altri predatori scavassero sotto.
Quando, sul trattore, cominciai a scavare il solco, mi sentivo come Romolo che tracciava i confini di Roma. Solo che io stavo più comodo e non dovevo spingere l’aratro.
Dopo tre giorni mi furono consegnati i pali e caddi in crisi: All’idea di doverli infiggere uno per uno nel terreno mi ero abituato, ma il pensiero di dover bruciare tute quelle punte, stando attenti a bruciarle al punto giusto mi creava qualche problema. E se li bruciavo troppo? E se li bruciavo troppo poco?
Mi tuffai nelle studio dei miei libri alla voce "recinti" e feci una meravigliosa scoperta: esistevano delle vernici antiparassitarie che facevano proprio al caso mio! Trovai facilmente la vernice al Consorzio Agrario e mi misi a lavoro.
Piantare i pali risultò un lavoro lungo ma non particolarmente gravoso: accennavo, col piccone, un buco nel terreno, vi sistemavo il palo e poi, in piedi sul sedile del trattore, lo conficcavo in profondità con vigorosi colpi di maglio. Si, è vero, mi capitò di mancare il bersaglio e di volare giù dal trattore dietro al pesante utensile, ma poi imparai…
Applicare la rete fu solo questione di pazienza, praticarvi la porticina di entrata fu invece un vero capolavoro di alta ingegneria!
Il recinto era ancora ben lontano dall’essere completato quando si dischiusero le uva, ma non era un problema perché i pulcini appena nati avevano bisogno, prima di essere lasciati all’aperto, di un periodo di ricovero al chiuso ed al caldo.
Su questo i libri erano stati prodighi di istruzioni: in una della stalle, con una rete alta una cinquantina di centimetri, feci un recinto circolare e ricoprii tutto l’interno con uno spesso strato di se.atura. Al centro sospesi una grande lampada che emanava una fioca luce rossa ma tanto calore (credo fosse ad infrarossi), poi sospesi ancora tre distributori automatici di mangime e due di acqua da bere. I pulcini sembrarono gradire la sistemazione e si adattarono subito al nuovo ambiente.
Di cento uova se ne erano dischiuse ottantotto. Potevo essere soddisfatto.
luce
Quote:
Originale di Solitario
.....
mi piacciono i pulcini................sono nata in campagna fra conigli, polli, tortore e tacchini.
Come andò poi?
Solitario
Intanto mi ero abbastanza ambientato nella mia nuova vita di contadino solitario. A fine settimana la mia paziente moglie caricava i figli in macchina e veniva a trovarmi.
Il venerdì sera li aspettavo sempre con ansia, dopo aver passato tutta la giornata a rimettere in ordine la casa, lavare le stoviglie di una settimana, e preparare una cenetta che per me, doveva essere appetitosa, ma che mia moglie prudentemente, si rifiutava di assaggiare, non fidandosi della mia igiene nel lavare piatti e pentole. Lei, puntualmente, appena arrivata, rilavava tutto e si metteva a cucinare…
La cosa un po’ mi irritava ma, alla fine, non mi dispiaceva, vista la pochissima varietà della mia cucina. Ero arrivato in campagna che non sapevo fare neanche il caffè ed avevo fatto grandi progressi ma, i miei sughi Star, le minestrine liofilizzate ed il pesto genovese, alla fine, stancavano un poco.
Poi, in seguito, imparai a fare il ragù all’uccelletto (poi vi racconterò), a cucinare le uova fritte o a frittata (la frittata in verità non veniva mai bene) e più tardi, dietro precise istruzioni della cortesissima verduraia del paese, diventai esperto nella pulizia e nella preparazione dei friarielli. Questo piatto mi fece salire di molti punti nella considerazione dei miei figli e, meraviglia, anche Emma (la mia distinta signora) dimenticava le sue remore igieniche e lo assaggiava con piacere, insieme con le salsicce cotte sulla brace del camino.
La domenica sera, invece, era molto triste: quando la macchina con la mia famiglia si avviava per il sentiero in salita e spariva alla mia vista, sentivo tutta la solitudine e rimanevo immalinconito per il resto della serata. Nel letto, dove appena la notte prima avevo dormito con mia moglie, mi rigiravo in continuazione, senza riuscire a prendere sonno.
Il lunedì mattina però mi svegliavo sempre di buon umore e pronto a riprendere l’attività. Prendevo il caffè con Matteo e mi dedicavo alle mille cose che avevo da fare…
Ma… Ritorniamo ai tacchini. Nel loro piccolo recinto gli animali crescevano a vista d’occhio e cominciarono a saltare fuori aggirandosi per la stalla: almeno quattro volte al giorno dovevo prenderli uno per uno e rimetterli dentro. Fortunatamente la mia Grande Opera di Ingegneria era finita e potevo trasferirli all’aperto: ormai era estate e anche se non ancora adulti, non avrebbero sofferto il freddo.
Gli ultimi lavori li feci in loro compagnia: sistemare i distributori automatici del mangime e realizzare l’impianto idraulico.
L’impianto idraulico fu un altro capolavoro di ingegneria. Piazzai a monte del recinto un grande bidone dal quale partiva un tubo che andava ad alimentare gli abbeveratoi. Poi lo collegai alla pompa del pozzo: quando il livello dell’acqua scendeva, il galleggiante all’interno del bidone chiudeva un contatto elettrico e metteva in funzione la pompa.Questi "parti del mio ingegno" mi davano una grande soddisfazione.
Mi accorsi poi, man mano che i tacchini crescevano, di aver realizzato un grande richiamo pubblicitario: dalla strada si intravedeva questa distesa di verde punteggiata dal bianco dei giganteschi animali. I passanti si fermavano a guardare l’inconsueto spettacolo e molti venivano giù a fare domande…
Fu così che cominciarono le mie prime vendite.
Volovia
Quote:
Originale di Solitario
Fu così che cominciarono le mie prime vendite.
Splendido...

C'è un seguito?
Solitario
Quote:
Originale di Volovia
...C'è un seguito? ..
Se c'è un seguito?
Siamo appena all'inizio!
Solitario
Intanto Camilla mi regalò tre splendidi cuccioli ma, al piacere che mi diede, si aggiunse il dispiacere per la scomparsa di Peppa, la più vivace delle due cagnette. Un mattino non la trovai ad attendermi fuori della porta con gli altri cani. La cercai dappertutto ma la mia ricerca doveva finire tristemente dopo tre giorni, quando scoprii che era caduta in fondo all’ultimo pozzo: quello grande all’estremo confine a sud. Il pozzo aveva un alto parapetto e, ancora oggi, non mi spiego come vi sia finita dentro.
I cuccioli di Camilla crescevano allegri e robusti e la madre provvedeva in modo esemplare alla loro educazione: io l’avevo abituata a non entrare in casa e lei sorvegliava i sui piccoli affinché si attenessero alle regole. Se qualcuno sgattaiolava all’interno, si affrettava a prenderlo per la collottola ed a riportarlo fuori. In quel periodo si aggiunse alla comitiva Dark, un cucciolo di pastore belga nero come la pece.
L’estate passò velocemente. Emma superò se stessa dedicandosi alle marmellate ed ai succhi di frutta, soprattutto di pere, che abbondavano ed era antieconomico vendere. Preparò anche un considerevole numero di bottiglie di pomodoro poi, con i bambini, se ne andò alla nostra casetta al mare.
Ritornò per la vendemmia: tutta la famiglia raccoglieva l’uva ed io col trattore, la trasportavo in una delle stalle dove la versavo un una diraspatrice elettrica acquistata seguendo i consigli dei quattro o cinque libri sul vino, ultimi acquisti della mia biblioteca.
Naturalmente mi ero approvvigionato anche di un torchio e di alcuni grandi recipienti in vetroresina, che avevo sistemato, in fila, sulle mangiatoie. Seguendo scrupolosamente le istruzioni, riuscii a fare un vino abbastanza bevibile e, quando fu pronto, ne imbottigliai una buona parte.
Al momento della raccolta delle olive, comprai le apposite reti e le sistemai sotto gli alberi. In queste cose Matteo si sentiva sicuro e mi consigliò per il meglio durante tutte le operazioni, fino ad accompagnarmi al frantoio.
Tutto questo però ancora non riusciva a dare l’ombra di un reddito significativo. Dovevo aggiungere qualcosa di veramente redditizio… Da qualche tempo mi trastullavo con l’idea di allevare delle capre, ma non avevo nessuna intenzione di andarmene su per le colline a pascolare il gregge. Poi incappai nel libro giusto che mi aprì la mente: si potevano allevare capre in un recinto chiuso, con un ricovero per la notte e per la pioggia, integrando la poca erba a disposizione con l’apposito mangime.

Questa parte l'o già raccontata in "conviene fare il formaggio" ma ritengo giusta ripeterla qui per la completezza del racconto.

Ne parlai con Matteo che mi disse: -Se prendi le capre devi assolutamente fare il formaggio, la vendita del solo latte non ti renderebbe mai a sufficienza.
- Ma non saprei neppure da dove cominciare!
- Non ti preoccupare, è una cosa molto semplice, l'importante è che si sappia in giro che usi soltanto latte delle tue capre; la vendita è certa e, circa la lavorazione, ti basterà vedere una sola volta come si fa! -
Allora presi la cosa in seria considerazione ed approfondii l’argomento: Era l'America! Una capra della razza giusta avrebbe potuto produrre 800/1000 litri di latte l'anno (libro sulle capre), con 5/6 litri di latte si sarebbe ottenuto un kg. di formaggio (stessa fonte), il formaggio si vendeva a 15.000 lire al kg. (fonti locali varie). I conti erano presto fatti: Considerando l'eventualità più pessimistica, 800 litri di latte avrebbero dato 133 kg. di formaggio, ossia lire 1.995.000. Venti capre avrebbero quindi prodotto, in un anno, L. 39.900.000, più i capretti, circa trenta (libro sulle capre) altri tre milioni. E venti capre cosa avrebbero potuto mangiare? Il solito libro diceva non più di mille/millecinquecento lire al giorno ognuna. Quindi, nella peggiore delle ipotesi, sarebbero costate 10.950.000. In conclusione, venti capre avrebbero reso circa trentadue milioni netti! Certamente ci sarebbero stati degli imprevisti... Qualche animale si sarebbe ammalato, qualcuno sarebbe morto, qualcun altro avrebbe prodotto meno del previsto...
Considerai, per prudenza, la metà del reddito ipotizzato: sedici milioni. Circa ottocentomila lire per capra; cento capre avrebbero dato almeno ottanta milioni e, volendo anche assumere un aiutante, sarebbero rimasti, comunque, oltre cinquanta milioni l'anno.
Nella mia beata ingenuità non mi chiesi come mai gente come Agnelli, che pure ha il nome adatto, perde tempo a costruire automobili!
Solitario
Decisi di tentare l'esperimento con venti capi e senza aiutanti. Detto fatto, mi misi in moto ed trovai, in provincia di Torino, gli animali della razza che cercavo (Alpina) e, mentre ne aspettavo la consegna, mi dedicai alla costruzione del ricovero. Altra opera di Alta Ingegneria alla quale dedicai tutto me stesso per circa tre mesi, ma che mi diede enormi soddisfazioni. Pensate che, invece di volare via alla prima giornata di vento, rimase al suo posto, sempre più sbilenca, con le lamiere sempre più sbrindellate, ma eroicamente decisa a difendere dalle intemperie quelle povere bestie che, a loro volta, avevano imparato a disporsi in modo da evitare quasi tutti i rivoletti d'acqua che piovevano all'interno.
Avevo preso venti caprette giovani ed un maschio e, considerando che la gravidanza dura cinque mesi (stesso libro che era diventato la mia Bibbia), lasciai il maschio insieme con le femmine nel mese di giugno, in modo da avere i capretti pronti per Natale. Questa mia esigenza però non venne recepita dal giovane capro, il quale mangiava, beveva, dormiva ma, quanto al resto, sembrava completamente disinteressato dalle venti giovani vergini che lo contornavano.
Inutile dire dell'apprensione generale, mia, della mia famiglia, dei parenti, degli amici, dei conoscenti!
Quell'estate fui ossessionato dalla domanda: - E il caprone che fa?-
Nelle telefonate serali di mia moglie non mancava mai: - E il caprone? - Non vi racconto poi i consigli dei pratici locali, né le allusioni dei soliti amici spiritosi: "Tale padrone tale caprone".
Dopo circa un mese la povera bestia si era ormai guadagnata il soprannome del caso e, dopo due mesi, ero ormai deciso a sostituirlo per non perdere completamente l'annata.
Questo mio proposito però dovette giungergli all'orecchio perché, un bel giorno, corse da me Bianca trafelata:
- Papà, papà, il caprone ha tirato fuori un coso lungo lungo!
- Dio sia lodato! - esclamai; poi, per due giorni, rimasi bloccato al telefono per ricevere le congratulazioni degli amici e dei parenti.
E così, come Dio volle, il caprone fece il suo dovere e tutte le caprette rimasero incinte.
Quando il tempo dei parti cominciò ad avvicinarsi, lessi e rilessi i capitoli sull'argomento e finalmente mi sentii pronto. Preparai una cassetta con i medicinali che potevano servire da un momento all'altro: Mercurocromo per disinfettare i cordoni ombelicali, forbici per tagliare i medesimi, supposte vaginali per favorire il secondamento, e così via. Poi (come il Libro comandava) cominciai ad osservare le vagine varie: dovevano gonfiarsi, contrarsi, espellere prima una borsa piena di liquido, poi la seconda borsa contenente il capretto. Inutile dire che non notai niente di tutto questo. Un giorno però vidi una capra andarsene in giro con una borsa di liquido appesa dietro: - finalmente ci siamo! - mi dissi. Le preparai un bel giaciglio di paglia pulita in un angolo riparato e attesi... Dopo circa tre ore andai a prendere il Gran Libro per vedere quanto tempo dopo la prima borsa doveva venire fuori la seconda: - Subito dopo - Fu la sentenza. - Allora c'è qualcosa che non va - ne dovetti dedurre. Presi ancora una volta il Libro e lessi: - Se qualcosa non va chiamare il veterinario -. Purtroppo era sabato pomeriggio e fu impossibile trovare un veterinario per tutto il fine settimana. Volevo telefonare al ginecologo di mia moglie ma, chissà perché, questa si oppose con tutte le sue forze. Il lunedì mattina, con l'aiuto di un collega capraio, rintracciai il veterinario al macello. Cortesemente venne subito: La capretta era sempre distesa come l'avevo lasciata, con la sua patetica borsa appesa dietro. - Non c'è dilatazione- sentenziò il luminare. Poi, ignorandomi completamente, diede tutte le istruzioni del caso al mio collega capraio: Avrebbe dovuto fare una siringa per favorire la dilatazione, poi introdurre la mano ed aiutare la capretta a partorire. Quindi si rivolse di nuovo a me per chiedermi l'onorario e se ne andò senza nemmeno fermarsi a bere il rituale bicchiere di grappa (che in verità non gli avevo offerto).
Il povero collega era rimasto ormai impelagato e, con una santa pazienza, venne con me in farmacia (venti km.), fece la siringa, attese inutilmente una dilatazione che non venne, cercò comunque di aiutare la povera bestia in qualche modo, mentre io - devo confessare la mia debolezza - guardavo da un'altra parte. Poi ad un tratto:
- Don Bicié - mi chiamò - Salute a nuie a crapa è morta!
- Pace all'anima sua! - risposi senza voltarmi per non mostrare gli occhi umidi, e intanto, attraverso il velo di stupide lacrime, vedevo un'altra capretta che, fregandosene di me, di lui e del veterinario, aveva appena messo al mondo due meravigliosi caprettini e, leccandoli rapidamente li stava liberando dalla membrana che ancora parzialmente li avvolgeva.
Il mio collega era molto imbarazzato per la disavventura, cercava mille cause e spiegazioni, e ci volle tutto il mio impegno per fargli capire che non lo ritenevo responsabile del fatto. Infine, prima di andarsene, mi chiese se volevo essere aiutato ad "annegare" la capra morta. Gli spiegai piuttosto frettolosamente che non avevo bisogno di altro aiuto ma, quando se ne fu andato, rimasi a chiedermi che ragione ci fosse di annegare una capra già morta. Il libro (torno a scriverlo con la l minuscola) non diceva niente in proposito, quindi decisi di non seguire questa barbara usanza e sotterrai la capra sotto un ulivo.
Quando venne a trovarmi Matteo gli raccontai della povera bestia morta:
- Ed ora dove sta, l'hai annegata? - Mi chiese subito. -
Ci risiamo! - pensai:
- No - risposi deciso - l'ho sotterrata! - E perché io cosa ho detto? - disse il vecchio guardandomi con sufficienza.
E finalmente giunse l'intuizione geniale! Annegare, nel linguaggio di questa brava gente voleva dire sotterrare!
Gli altri parti seguirono abbastanza facilmente, qualche capretta dovetti un po’ aiutarla ma credo che, se non fossi stato presente, avrebbe comunque finito col farcela da sola.








luce
io ho aiutato una mia gattina a partorire ed è stata un esperienza meravigliosa...........e con i cuccioli come è andata poi? e il formaggio? e il tuo orticello?
Solitario
Quando dovetti cominciare a mungere, mi resi conto che non sarei mai riuscito a farlo a mano: la cosa richiedeva una determinata azione delle dita ed io, dopo pochi minuti, rimanevo bloccato dalla stanchezza di muscoli mai usati. Inoltre erano animali socievolissimi e, come entravo nel recinto, mi si affollavano intorno colmandomi di affettuose quanto indesiderate attenzioni. E c’era anche da combattere col maschio che, geloso di tutta questa confidenza che mi prendevo con le sue femmine, interveniva per allontanarmi con vigorose cornate.
Così dovetti ancora una volta ricorrere a libro. Era la cosa più facile del mondo: esistevano le mungitrici elettriche e, soprattutto, esistevano delle griglie metalliche che si installavano davanti alla mangiatoia. Al mattino, quando distribuivo il mangime, le capre erano costrette ad infilare la testa in un’apposita aperture della griglia, bastava spostare una leva posta all’estremità del marchingegno, e gli spazi si riducevano, in modo che gli animali non potevano tirar fuori la testa. Continuavano a mangiare senza farci caso e si poteva lavorare senza intralci.
La spesa non era indifferente, ma era evidentemente indispensabile. Mi misi immediatamente all’opera, acquistai tutto il necessario, e potei finalmente cominciare a vedere il latte.
I capretti li vendetti ad un macellaio del paese, che venne lui stesso a ritirarli e mi pagò in contanti il prezzo corrente. Una diecina preferii tenerli per venderli successivamente a pastori della zona che, molto spesso mi venivano a trovare, incuriositi dal mio strano sistema di allevamento e dalla particolare bellezza degli animali di questa razza alpina che, nella zona, era completamente sconosciuta. Quando poi si convinsero che una sola delle mie capre produceva latte quanto tre delle loro, dovetti faticare per rifiutare le loro pressanti offerte di acquisto. Pensate che acquistarono i miei capretti al triplo del prezzo corrente!
Imparare a fare il formaggio non fu difficile e, come Matteo aveva previsto, i clienti non mancarono.
Fu così che, da "uomo libero", mi trasformai gradualmente in "prigioniero volontario": La mungitura andava fatta due volte al giorno, all’alba ed al tramonto. Tutte le sere bisognava fare il formaggio perché il latte, fino al giorno dopo, non si sarebbe conservato.
Per un ex cittadino non era facile saltare fuori dal letto all’alba ma era assolutamente impossibile non farlo: le capre facevano un casino della Madonna per due necessità primarie: mangiare ed essere munte. Inoltre trovavo fuori della porta, puntualmente ogni mattina, un simpatico vecchietto con la sua bottiglietta da mezzo litro, che veniva a comprare il latte di capra, unico che la moglie poteva prendere.
Fortunatamente avevo una sveglia che non potevo mettere a tacere semplicemente premendo un tasto: Micia, la mia gattina, che ogni mattina si infilava sotto le coperte e mi graffiava i piedi fino a quando non saltavo giù dal letto. Le volevo troppo bene per farla volare attraverso la stanza, come ero tentato di fare.
Per me, che ero abituato a trattative per centinaia di milioni, gli incassi erano ridicoli, e litigare per cinquecento lire, a volte mi irritava. Ma cominciava, lentamente, a rientrare una piccola parte dei tanti soldi investiti, ed ero in grado di provare a mia moglie che non stavo solamente perdendo tempo.
Ormai che ero lì decisi di ampliare l’offerta dei miei prodotti ed introdussi anche polli ruspanti e uova, utilizzai l’incubatrice per produrre quaglie, e cominciai a pensare ad un possibile allevamento di animali da pelliccia.
luce
Solitario ma che fine hai fatto?????
Non finisci di scrivere?
E io come faccio? dai, fai uno sforzo e scrivi........
Solitario
Quote:
Originale di luce
.....
Grazie Luce,
ogni tanto mi prende la pigrizia...
Vedere che ho una lettrice mi sprona a continuare.
Solitario
La scelta cadde sulle nutrie (castorini). La mia bibbia diceva che le pelli, pur non essendo particolarmente pregiate, avevano un buon mercato e l’allevamento non presentava molte difficoltà. Ad ogni parto, si ottenevano dagli otto a i dieci piccoli e, a sei mesi, erano già in grado di riprodursi. Unico problema era la necessità di questi animali di vivere vicino all’acqua, dove amavano immergersi con frequenza. Inoltre, essendo dei roditori, erano in grado di scavare lunghe gallerie sotterranee ed uscire da qualsiasi recinto. Decisi di usare le porcilaie in cemento inutilizzate, che erano lungo un lato della casa: erano sei, formate ognuna da una parte coperta ed uno spazio esterno, munito di una vasca di cemento, usata, a suo tempo, come trogolo. Realizzai quindi un piccolo impianto che portava acqua a queste vasche ed ottenni sei piccole ville con piscina, pronte ad accogliere i nuovi abitanti.
Localizzai un allevamento in provincia di Bologna e, dopo gli opportuni accordi telefonici, andai a visitare l’azienda ed acquistai sei coppie di castorini. Gli animali si adattarono benissimo al nuovo ambiente e, ben presto, cominciarono a moltiplicarsi.
Purtroppo, come tutti sanno, la donna è volubile: la moda delle pellicce di castorino fu soppiantata da altre mode, ed i miei animali continuarono felicemente ed inutilmente (per me) a prosperare. Le povere bestie, nella loro inutilità, facevano comunque del loro meglio per disobbligarsi, offrendo ai visitatori uno spettacolo inconsueto e richiamando qualche curioso che, talvolta, diventava cliente per altri prodotti.
La soddisfazione più grande la ebbi quando una maestra della scuola elementare di Ogliastro mi chiese il permesso di portare i suoi alunni a visitare l’azienda: Mi sentivo Callisto Tanzi che riceveva le scolaresche in visita alla Parmalat!
In verità la clientela non mancava: tutti sapevano che i miei animali erano allevati all’aria aperta e nutriti con prodotti naturali: il mio formaggio era notoriamente indenne da qualsiasi tipo di additivo ed era fatto utilizzando esclusivamente latte di capra, i miei polli ed i miei tacchini erano rigorosamente ruspanti e le carni risultavano sode e saporite. Le uova poi, non avevano nulla a che vedere con quelle che si trovavano normalmente in commercio.
La gente era disposta a pagare qualcosa in più per ottenere prodotti genuini e servivo anche qualche macelleria locale, che vendeva i prodotti di "don Bicienzo" separatamente dagli altri, ed a prezzi più alti. Stipulai anche un buon accordo di collaborazione con un vicino agriturismo. L’estate poi, agli acquirenti abituali, si aggiungevano i villeggianti della vicina Agropoli, che univano al piacere della passeggiata in campagna, l’occasione di acquistare olio che con la chimica non aveva nulla a che fare, vino fatto con l’uva, formaggio, uova, eccetera.
Intanto avevo rifatto il tetto della parte vecchia della casa ed avevo utilizzato i locali per farne depositi, sistemarvi l’incubatrice e le gabbie delle quaglie ed il mio piccolo "caseificio". Naturalmente non avevo un locale adibito a negozio e ricevevo i pochi clienti nella grande cucina, dove non mancavo mai di offrire un buon bicchiere di vino o un caffè.
La mia giornata non aveva un attimo di tregua: cominciava all’alba con la prima mungitura e finiva alla sera, quando, non di rado, mi addormentavo sul pentolone del latte mentre facevo il formaggio.

(continua?)
luce
Quote:
Originale di Solitario
.....
cerco di immaginarmi la tua fattoria..........................e i bambini di città che guardano incuriositi gli animali che loro hanno sempre conosciuto in forno con le patate...........ed è una bella immagine quella che io immagino (scusate i giri di parole ma oggi non è giornata)
Solitario
Il lavoro fisico, anziché stancarmi, mi temprava. Non soffrivo assolutamente la solitudine e mi ero abbastanza integrato nell’ambiente del piccolo paese. Mi piaceva andare all’ufficio postale per qualche bolletta da pagare e qualche raccomandata, ed essere l’unico cliente: i tre impiegati si alzavano dai loro tavoli e venivano al banco sorridenti, si dividevano tra loro il piccolo lavoro che avevo portato e, sbrigatolo velocemente, restavamo un quarto d’ora a chiacchierare piacevolmente. Non mi dava più fastidio andare al negozio di ferramenta e, trovatolo vuoto, dover cercare il proprietario nel bar di fronte ed attendere che finisse la partita a scopa. Quella gente aveva i suoi tempi ed era diventato piacevole adeguarvisi. D’altra parte capitava pure che venissero a fare acquisti da me e, dopo aver bussato invano, entrassero in casa per venire a svegliarmi da un pisolino fuori programma. Ormai le paure iniziali non esistevano più e dormivo tranquillamente con le porte aperte.
Con i vicini si era stabilito un buon rapporto di collaborazione: venivano a darmi una mano quando c’era da raccogliere ed imballare il fieno o qualche altro lavoro che proprio non potevo fare da solo, ed io ricambiavo ogni volta che potevo, rendendomi utile col mio piccolo trattore.
Poi arrivarono "I buoni vicini". Mia moglie ed io li chiamammo subito così per la loro disponibilità e per l’immensa gentilezza ed umanità. Era una coppia di anziani coniugi di Salerno che avevano acquistato un casetta proprio al confine col mio terreno. Ormai in pensione, venivano per lunghi periodi e, nonostante la mia strenua resistenza, mi adottarono. Non andavano mai a tavola senza di me e, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a ricambiare le gentilezze che mi prodigavano. Qualche volta, quando c’era mia moglie, li invitavo a casa mia ma, comunque, rimanevo sempre in debito…
I miei cani poi, li adoravano: appena arrivavano loro, si trasferivano in massa per bearsi dei bocconcini prelibati distribuiti a piene mani, e di tutte quelle coccole che da me non ricevevano mai. A nulla valevano i miei richiami ad un minimo di dignità e di orgoglio.
Ogni tanto quel po’ di soldi che avevo incassato se ne andava per una riparazione straordinaria al trattore o per qualche necessario lavoro di consolidamento dei muri di tenuta del terreno, per evitare che mi franassero sulla casa. Ma non ero lì per far soldi ed ero contento di quel tipo di vita… Se soltanto i miei si fossero trasferiti… Ma non si può avere tutto. Emma, nei suoi brevi soggiorni, tentava di adeguarsi: mi accompagnava a far visita a qualche vicino, e venne anche con me, una sera, alla festa del paese, ad ascoltare la banda in piazza. Ma la sua natura di cittadina da fast-food, respingeva con tutte le forze quest’ambiente contadino che le era del tutto estraneo.
Quel periodo ha comunque donato a tutti noi dei ricordi straordinari, come quel Natale in cui rimanemmo per tre giorni isolati per la neve… o quella notte di primavera che trascorremmo quasi completamente all’aperto, incantati dalla campagna circostante che era tutto un brillare di lucciole.
Insomma… tutto bene…
Tutto bene fino a quando arrivò la nube tossica di Chernobyl. Per la precisione, fino a quando arrivò la paura della nube tossica.
I miei prodotti che erano accettati, e talvolta superpagati, perché da animali che vivevano all’aria aperta, per la stessa ragione diventarono, da un giorno all’altro, da evitare come se fossero stati altamente tossici.
Le vendite si fermarono completamente e mi ritrovai a contemplare montagne di uova e di formaggi, ed una popolazione di polli e di tacchini che cresceva e si moltiplicava allegramente.
Solitario
La crisi durò diversi mesi ma, anche quando fu passata, non ritornò più il precedente entusiasmo, che portava la gente a percorrere chilometri, per venire a comprare da me, cose che poteva trovare a metà prezzo sotto casa. Dovetti svendere il surplus di prodotti ed adattarmi ad un livello di incassi molto più basso di quello a cui mi ero abituato.
Mi convinsi allora che bisognava diversificare la produzione per mettermi al riparo da futuri incidenti e ritornai a studiare…
Sulla rivista d’agricoltura avevo visto più di un articolo molto favorevole all’elicicoltura: il mercato delle lumache era in grossa espansione, la richiesta era in aumento, i prezzi erano convenienti e l’allevamento non richiedeva una particolare specializzazione.
Sempre dalla rivista ottenni l’indirizzo di un grosso elicicultore del nord. Naturalmente mi misi subito alla ricerca di un libro che mi desse altri ragguagli. Man mano che approfondivo l’argomento, la cosa mi sembrava sempre più fattibile: bastava recintare un pezzetto di terreno, coltivarvi alcuni ortaggi, e buttarci dentro le lumachine appena nate. Nel giro di qualche mese le lumache sarebbero state grandi e pronte per la vendita. Non c’era da arricchirsi, ma il reddito previsto era ottimo.
La cosa mi convinceva, presi contatto con quell’allevatore del nord, che poteva anche fornire le lumachine, e lo andai ad incontrare alla Fiera dell’Agricoltura di Verona. Era un signore gentilissimo ed entusiasta e, nonostante avessi avuto l’impressione che, contrariamente a quello che pensavo fosse il suo interesse, incoraggiasse troppo la concorrenza, mi fidai. Quel signore si disse disposto a fornirmi le lumachine non appena fossi stato pronto; mi diede una serie di consigli sull’organizzazione, raccomandandomi di far analizzare il terreno per accertarmi che avesse il giusto grado d’acidità.
Appena ritornato in sede disposi subito per le analisi e, ricevuto un responso positivo, mi misi immediatamente a lavorare al recinto.
Avevo scelto un bel pezzo di terreno quasi pianeggiante e vicino ad un pozzo, facile da irrigare e con pochissimi alberi. Era all’estremo confine della mia piccola proprietà. A valle c’era una stradina interpoderale oltre la quale poi il livello del terreno ricominciava a scendere rapidamente.
Mi misi quindi all’opera: fu un lavoro sfibrante: piantare i pali, fissarvi la rete in modo che partisse da almeno trenta centimetri sotto terra (perché le lumache, oltre ad arrampicarsi alle reti, scavano anche sotto). Fortunatamente avevo sempre il conforto morale di Matteo che, seduto poco lontano, approvava.
Finalmente venne il momento di preparare il terreno e piantare gli ortaggi. Mi ci misi di buona lena, già immaginando quella bella ed ordinata distesa tutta verde e brulicante di tanti bei soldoni semoventi.
Avevo quasi finito quando dovetti sospendere qualsiasi attività perché cominciò a piovere.
Piovve incessantemente per molti giorni. La mia unica soddisfazione era di andare a vedere ogni mattina il mio capolavoro: le piantine appena messe apparivano verdi e rigogliose grazie alla pioggia - Non tutti i mali vengono per nuocere – pensavo impaziente di ordinare il primo stock di lumachine.
Poi, una mattina, andai come al solito a vedere la mia opera e non la trovai più. Al suo posto c’era un dirupo! Il terreno era completamente franato a valle, portando con se il mio lavoro e tutti i miei sogni. Fu allora che ripensai alla mia povera mamma e a ciò che mi diceva sempre di mio padre: - Se tuo padre si mettesse a fare i cappelli, nascerebbero i bambini senza testa! - Povero papà – pensai – e vero che non avevi soldi da lasciarmi. Ma era proprio necessario che mi lasciassi la tua sfiga?




luce
Solitario si batte la fiacca ????
Che devo aspettare il prox Natale prima di leggere ancora qualcosa ????
Solitario
Quote:
Originale di luce
...Solitario si batte la fiacca ????
..
Mia cara lettrice,
Quando uscirà il libro, i ringraziamenti a te che mi hai incitato a comntinuare,
troneggeranno sulla prima pagina...
luce
Quote:
Originale di Solitario
.....
oltre ad una percentuale sulle vendite ........
Solitario
Quote:
Originale di luce
......oltre ad una percentuale sulle vendite ........ ..
Questo era sottinteso...
Ma non oltre il 100% eh?
luce
Quote:
Originale di Solitario
.....Questo era sottinteso
quando si parla di vile denaro niente è mai sottinteso
Solitario
Quote:
Originale di luce
...quando si parla di vile denaro niente è mai sottinteso ..
Ok, ti mando subito un assegno in anticipo...
luce
Quote:
Originale di Solitario
.....Ok, ti mando subito un assegno in anticipo
quella manino che saluta non mi piace molto........non è che dici "sivabbèdaisevedemo?"
old
Sei molto più bravo di me!!!
Se vuoi altri complimenti al modico prezzo del 3% sui tuoi guadagni non devi fare altro che dirlo.

La mia casetta è inagibile per il terremoto di qualche mese fa.
Ma ho cominciato un'altra avventura con la casa di mio figlio...
Un'altra avventura...che vita sarebbe senza di loro!!

Ciao
Solitario
Sospendo i miei interventi fino al rientro di Lupetto ed Eddie.

Se e quando continuerà, troverete il seguito di "Storia vera" sul mio sito.

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