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Poca autostima, insicurezza e… invidia

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Espongo il mio caso e, perdonatemi se, troppo prolisso, preferisco approfondire partendo dai fatti principali che lo hanno formato nel tempo.
Sono un ragazzo di 21 anni, felicemente fidanzato da 10 mesi.
Inizio con il dire che ho frequentato un liceo classico tradizionale (latino e greco) , luogo e (spero) tomba di una moltitudine di esperienze ( che io, almeno, ho percepito come) negative. La scelta fu dettata dal pensare, alle scuole medie, che le mie capacità fossero tali da spingermi verso “un’elite” del mondo della cultura (questo era il pensiero di un 13enne, attenzione) , all’attrazione e il fascino del “classico”, che all’epoca pensavo fosse il più dignitoso e nobile fra gli studi. L’incoraggiamento che avevo sempre ricevuto dai miei genitori poi, mi fece pensare di essere molto portato e, non amando la matematica (anche se un po’ la biologia e le scienze in generale) , ebbi la conferma che quella doveva essere la mia strada. I primi due anni si susseguirono in maniera abbastanza fluida, nel senso che quello studio mi preoccupava e procurava le normali ansie quotidiane di qualunque studente. Arretravo spesso lo studio, ma vedevo il rapporto con gli insegnanti abbastanza vivo e “familiare” e la mia attività scolastica nella norma, per cui, sentendomi motivato, recuperavo tutto sempre in tempo (anche per scrupolo di coscienza) ed ottenevo dei voti decenti. Purtroppo, giunto al terzo anno, il corpo docente cambiò totalmente, e mi ritrovai di fronte persone molto esigenti sia dal punto di vista didattico (con pagine di diario ricche di compiti) , sia personale, visto che si richiese d’improvviso (o almeno a me risultò così) una certa maturità, disciplina e soprattutto responsabilità (quindi continuità nello studio, che non è mai stata esattamente il mio forte) per poter sostenere un rigore scolastico di difficoltà sempre crescente, almeno rispetto agli anni precedenti. Di fronte ad una tale realtà, che mi cadde addosso come un macigno, il mio modo incostante di studiare non mi permise di cavarmela, perché il carico di studi era molto superiore, come già detto, a quello a cui ero abituato e, non avendo voglia di dedicarmi così tanto ai libri, visti sempre come obbligo e mai come piacere (non ho mai amato leggere o coltivare particolari interessi) , non riuscivo a recuperare il tutto in tempo prima di compiti in classe e/o interrogazioni. Così, dopo dubbi ed incertezze, decisi di arrendermi e di abbandonare quella scuola, mi ritirai e persi un anno pur di distrarmi ancora e di continuare a distaccarmi dalla realtà, tra videogames e amici. Questa “fuga” ( che ho da lì in poi sempre ricordato come il primo di molti altri fallimenti) fu destinata a cambiare la mia direzione e a farmi vivere nuove esperienze, più o meno. Ne approfitto per sottolineare quanto sia consapevole del fatto che l’estraniarmi dalla realtà tramite uscite e giochi abbia sempre rappresentato l’errore che mi ha + nociuto. Sono scappato troppe volte, mi sono arreso o sfuggivo fino a quando l’ansia non mi costringeva a reagire (ad esempio quando mi riducevo all’ultimo prima di preparare lo studio per un’interrogazione) ; inoltre ho sempre frequentato, e ancora lo faccio, lo stesso gruppo di amici, quasi come se solo questi potessero e possano trasmettermi sicurezza nel piccolo mondo che mi sono costruito.
Comunque, cambiai scuola ma, per orgoglio personale, continuai il liceo classico, sia per non rendere vane, nel caso di un eventuale trasferimento in un altro percorso di studi, quelle conoscenze acquisite nel corso dei primi due anni, sia perché non potevo sopportare l’idea di perdere altri due anni; infine, anche perkè mi ero abituato a quelle materie, e non volevo più distaccarmene, per quanto ormai, vivessi il terrore di esse, perché mi ricordavano la paura profonda che provavo quando nell’anno in cui mi ritirai dal mio primo liceo, gli insegnanti mi chiamavano ed io non ero preparato…
La seconda scuola fu anche peggio, ma non dal punto di vista del rendimento scolastico (pur non modificando la mia negligenza, poiché continuai imperterrito ad arretrare lo studio, qui riuscivo senza troppa fatica a rendere molto più di altri, che trovai anche meno volenterosi e molto viziati) , quanto per il chiuso e freddo ambiente che mi ritrovai a frequentare (e nel quale rimasi fino all’esame di maturità) . Se la prima scuola richiedeva impegno e forza di volontà, trasformarsi in soldatini pronti al combattimento (temprati nella costanza degli studi) , questa mi chiese di “svegliarmi” dal mio torpore, mi mise di fronte ad una dura realtà: ero un ragazzo di casa, un 17enne ancora chiuso nel proprio mondo fantastico, inesperto nelle relazioni interpersonali e povero di esperienze. Purtroppo iniziai a lasciarmi condizionare, e iniziai a fumare sigarette (una moda molto in voga in quell’ambiente) , un vizio che mi porto dietro ancora oggi e dal quale non riesco a distaccarmi. Lo capii quando, incapace di impormi, iniziai a subire passivamente i giudizi e le prese in giro d molti ragazzi e ragazze, che mi vedevano come un tipico “bravo ragazzo” senza spina dorsale, un sacco da pugilato a cui mirare (verbalmente) tutti i colpi nella certezza di non subirne alcuno. Io soffrivo molto, ma li temevo, perché non avevo mai avuto a che fare con persone del genere, ragazzi svegli e sicuri di sé (ora, col senno di poi, mi fanno pena) , così, pensando che rispondere avrebbe solo peggiorato le cose, la mia situazione rimase stabile per due anni. Trascinatomi a fatica al fatidico quinto anno di liceo, le cose migliorarono un pochino, perché improvvisamente mi stancai di tt quel fastidio e iniziai quasi ad assimilare gli stessi atteggiamenti di quei ragazzi pur di non essere preso di mira. Questo perché sono sempre stato molto insicuro. Comunque, quel sistema mi garantì un po’ di “pace”, perché il “branco” vedeva finalmente che il suo condizionamento funzionava su una mente debole come la mia e non mi attaccava + come prima. Giunsi poi ad un esame di stato praticamente perfetto, ottenendo il massimo dei voti all’esame scritto di italiano e orale, per un voto tt sommato buono, 85. Un voto che non meritavo assolutamente dato che non studiavo affatto e che me la cavai con uno studio iniziato poche settimane prima dell’esame orale. Eppure venni elogiato dall’intera commissione, dalla preside, da mia madre che assistette nascosta al mio discorso, e persino da ragazzi che mi avevano tanto snobbato nel corso degli anni precedenti. Fu un successo totale, un esame durato 1 ora e mezza, eppure, per quanto possa rappresentare una piccola “vittoria”, essendo stata l’unica vera vittoria della mia vita finora (oltretutto molto fortunata, perché nel parlare della mia tesina non fui spesso interrotto per approfondire le mie conoscenze, che in realtà erano molto carenti) , non sono riuscito a vederla bene, ma solo come una liberazione, l’ennesimo pretesto per non ricominciare a studiare con il piede giusto, e per non dover più vedere quelle persone. Uscito dall’Inferno, trovai sempre per un caso fortuito, una ragazza, dico fortuito perché mi dichiarai a lei per errore, con cui poi, approfittando di un fraintendimento, mi fidanzai. Fu un miracolo, perché finita la scuola, e compiuti i 20 anni, non cambiò nulla; anzi, sentivo sempre meno stima in me stesso, sentivo di non meritare neanche il diploma e sapevo che quell’obiettivo del “diventare una persona acculturata dal liceo classico” era completamente fallito. Mi sentivo anzi, molto ignorante. L’unico vantaggio di quel mio percorso fu che pur condizionato da persone spregevoli, ero diventato + sveglio e mi ero capito meglio, avevo iniziato a far luce sui miei pregi e difetti. Così, nonostante l’insicurezza, vedendo anche del “cresciuto” in me, questa ragazza volle tendermi una mano per risollevarmi dalla mia solitudine e cercare di rialzarmi una volta per tutte. Abbreviando, questo primo rapporto “post-scuola”, si rivelò un ennesimo “inferno”, perché questa ragazza, essendo + piccola di me e oltretutto molto + aperta e piena di curiosità ed interessi, invece di condizionarmi in positivo, lo fece in negativo. Cominciai ad elogiarla troppo, a vederla come tt ciò che io non ero stato negli anni della mia adolescenza, decisa, sicura di sé, afflitta da vari dolori, ma sempre reattiva. Purtroppo la invidiai, insicuro come ero, perché non avevo la forza di trarre da lei solo i lati positivi del suo carattere, resi la nostra relazione scontata e noiosa, forse perché avevamo anche obiettivi differenti (se valutiamo che aveva 4 anni in meno) . Dopo un anno di fidanzamento, nella sofferenza + completa, pur amandola e aver io tentato di lasciare lei quasi una decina di volte nel corso di tt la relazione, ferendola molto per la mia debolezza e indecisione, tutto finì per sua scelta, per fortuna. Si, perché avevamo iniziato a litigare troppo spesso, e la cosa, se fosse continuata, sarebbe peggiorata sempre di +. La relazione sarebbe finita molto prima ma fui io forse troppo testardo nel voler continuare a tornare da lei il giorno dopo di ogni volta che la lasciavo, quasi come se vivessi una dipendenza da lei, vedevo tt quel che faceva e la sua intraprendenza mi faceva stare molto male. Mi feriva troppo la nostra diversità, tentavo sempre di non pensarci ma mi sentivo a disagio, e per quanto lei apprezzasse i miei sforzi, soffrì troppo ( una volta fu persino capace di dirmi che mi vedeva come un “morto”, una persona apatica, passiva, senza stimoli né passioni, vedeva il suo futuro con me in maniera negativa, io fumatore incallito steso sul divano a guardare la tv senza voglia di vivere) . Oltretutto quell’anno avevo iniziato l’Università, vista come chissà quale “ancora di salvezza”, inizialmente mi intrigò, poi la presi come avevo sempre fatto: studiando poco e lasciando che la vita mi trascinasse anziché vivermela a pieno e affrontare le sfide della vita.
E’qui che nasce il vero punto della questione. Quando scelsi l’Università da frequentare, le uniche due possibilità a cui pensavo erano Psicologia e Lingue Straniere. Questo perché così come alle medie vidi nel liceo classico la fonte della mia “cultura”, a 20 anni vidi in Lettere e Filosofia la possibilità di riparare ai miei errori e di riconquistare quella stessa cultura. Sapendo che non sarei voluto divenire insegnante, ripudiai subito l’idea di iscrivermi a Lettere Moderne o Classiche, unici corsi in cui avrei avuto una speranza di sfruttare quel greco e latino i quali, infine, si sono rivelati completamente inutili… Non amando l’arte, né la storia, ma solo l’inglese, l’italiano e la filosofia, pensai che il corso di filosofia avrebbe fatto al caso mio, ma mi fu sconsigliato, sempre per la difficoltà di trovare impiego. A quel punto feci riferimento a tt i miei “sogni nel cassetto”, e pensai che sarei dovuto andare per esclusione: esclusa qualunque facoltà matematica, come ingegneria (odiosa) , di legge, cioè giurisprudenza (troppo pesante) , e persino scienze delle telecomunicazioni (perché capii che il marketing o la vita da giornalista intraprendente non me li vedevo stampati addosso) , scelsi per istinto, e mirai subito alla mia “passione”: Psicologia. Peccato che si richiedesse un esame d’ingresso a numero programmato, il che voleva dire studiare dopo l’esame di stato un mattone enorme di test di cultura generale col rischio che, fra la moltitudine dei candidati, io diventassi solamente un numero sperduto. Evitai la cosa, sia perché non avevo forza e voglia di studiare tt quella roba, sia perché mi fu sconsigliato anche questo indirizzo. Questo, sempre per ragioni di sbocco occupazionale, ma anche per le materie studiate (che non sarebbero state solo biologiche e logiche… Il programma di studi prevedeva anche esami di statistica e matematica, roba da far vomitare) . Finii con l’iscrivermi a Lingue, Culture e letterature straniere europee, un corso che, come Psicologia, fa sempre parte della facoltà di Lettere e Filosofia. Scelsi, fra l’altro, Inglese e Tedesco, di cui la seconda rappresenta ancora oggi una pesante preoccupazione di cui vorrei tanto sgravarmi… La scelsi semplicemente perché trovavo interessanti i Filosofi e la letteratura tedeschi, sperando potessero stimolarmi e appassionarmi ma, se già il liceo classico si era rivelato privo di entusiasmi, a causa della monotonia e pesantezza dei suoi studi, il ricominciare lo studio della grammatica di una lingua, fra l’altro, così difficile, mi abbattè ulteriormente. MI sentivo portato per questo percorso e onestamente lo penso ancora oggi, ma solo in quanto a capacità. Purtroppo però, dopo quel che ho vissuto, lo vedo ripetitivo e troppo rigido, anche se si prospetterebbero viaggi all’estero tramite “Erasmus” e studi di culture “moderne” e non + antiche, cose interessanti, ma incredibilmente, non suscitano la mia curiosità.
Mi sento in crisi e non so + cosa fare, mi sono nuovamente bloccato e mi ritrovo a 4 mesi dall’inizio del terzo anno di università ad aver sostenuto solo 3 esami su 13 ( 13 è il totale di quelli che avrei dovuto sostenere entro Luglio di quest’anno, sono del Nuovissimo ordinamento) studiando come al liceo poco tempo prima di ogni prova e con risultati non soddisfacenti, almeno non quanto veramente potrei se studiassi regolarmente.
Un altro fattore da non trascurare è sicuramente la mia attuale ragazza, con cui sto da quasi 10 mesi. Il destino ha voluto che me ne trovassi una proprio di quella prima scuola dalla quale me ne ero andato, oltretutto non studia latino e greco, ma ha scelto l’indirizzo linguistico, quindi a breve si diplomerà conoscendo perfettamente Francese e Spagnolo e avendo anche una buona dimestichezza nell’Inglese, senza contare Italiano, Filosofia, Economia, Diritto e tt quello che, a differenza mia, ha continuato a studiare sacrificandosi in quella difficile scuola fino all’ultimo. Naturalmente continuerà quelle stesse lingue anche all’Università (che oltretutto è la stessa che sto frequentando io) . Io temo molto questa cosa. Essendo insicuro e percependo il mo liceo come un fallimento, vedo i suoi successi scolastici come l’ombra dei miei insuccessi. Avendo studiato lingue al liceo, non farà la minima fatica all’Università, ed io so che sentirò molto il divario tra noi due come un peso insostenibile… Io so che con lei la situazione è migliore, mi ha capito e mi conosce bene. Ha accettato il mio problema, probabilmente perché + matura e grande della precedente. So che mi ama da morire, e sta con me per una scelta ben precisa e perché una persona molto determinata (ha aspettato un anno intero per farsi avanti mentre io e la mia precedente ragazza eravamo ancora insieme) ma, non volendo io restare “fermo” mentre lei dinamicamente si evolve nella vita, vorrei fare qualcosa per rimediare a questo mio “blocco” per dimostrare anche a lei che c so fare e contemporaneamente vincere le mie paure. Sembra quasi una prova decisiva questa per me… Lei ha sempre avuto fiducia in me e mi ha sempre detto che sa già quanto io valga, ma io sento la necessità di fare qualcosa di concreto, di dimostrare, e vorrei solo trovare la strada giusta per finalmente iniziare… Non voglio perderla come l’altra, per invidia o per stupide insicurezze ma il sol pensiero che in questi giorni lei dovrà sostenere l’esame di stato in una scuola dove non sono riuscito, mi da angoscia e mi fa sentire egoista. Dovrei starle vicino in questo momento difficile per lei, invece temo talmente tanto il suo successo presente e futuro da allontanarmi da lei per non soffrire… sono stanco di scappare ma ho paura di cambiare percorso perché non vorrei perdere altri due anni per ricominciare da capo come se avessi appena finito il liceo… Sono orgoglioso, ora più che mai, visto che sento molto il confronto con lei sullo stesso campo, anche se questo confronto è impari e so di sbagliare a sentirlo, perché io non ho studiato lingue al liceo e non posso paragonarmi a chi le ha fatte per 5 anni in una scuola così difficile. Forse mi sto ostinando a combattere qualcosa di non adatto a me e, anche per non rovinare un rapporto così bello e sincero, dovrei cancellare lo studio di lingue straniere dalla mia vita. Se non l’ho ancora fatto è perché vorrei solo riuscire, e dimostrare che questa mia scelta non è stata un altro fallimento… Anche perché non vorrei che, anche passando a Psicologia, non riuscissi comunque a farcela. Purtroppo so che ho questa dannata tendenza. Come con la prima ragazza, mi ostino a portare avanti un qualcosa che mi fa soffrire, pensando che sia utile e che sia solo una questione di poca fiducia in me stesso se ho dubbi e temo di non farcela. Per cui desidero lottare ma, a quanto pare, i fatti dimostrano che non ce la posso fare… Voi cosa pensate?

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2 commenti a

Poca autostima, insicurezza e… invidia

  1. 1
    Laurie -

    Ciao Nemesy, ho letto tutto.. Voglio commentare per dirti un paio di
    cose, sicuramente cose che non ti aspetti e nemmeno ti interessano..
    Scrivi benissimo.
    La tua lettera mi ha fatto appassionare fino all’ultima parola…
    dici di essere un fallimento e a me sembri un ragazzo fin troppo
    intelligente, sei solo svogliato, pigro.. ma buono a tutto..
    Non è facile dirti “se vuoi puoi” perché non è del tutto vero.. dietro
    ad ogni sogno c’è sempre una piccola ansia, qualcosa che desideri da
    tanto tempo diventa al momento poi una cosa da sviare.. una palla al
    piede..
    Ma scrivi benissimo, che tu lo voglia o no 5 anni in due licei
    classici non son stati buttati via, e lo si legge tra queste righe..
    Pensaci su.

  2. 2
    Francesco -

    Ciao Nemesy.

    Mi voglio complimentare con te per la tua lettera che hai saputo scrivere, facendomela leggere tutta d’un fiato.

    Poi vorrei dirti una cosa che mi disse mio padre: “Tu puoi avere una vita piena o vuota, sta a te deciderlo. Scegliti un sogno e seguilo. L’importante e che sia veramente tuo, devi sentirlo nel cuore, deve darti la forza di lottare quando sei in ginocchio”. Spero che ti aiutino come hanno aiutato me.

    Se vuoi essere un vincente lotta non subire le vittorie altrui!!!

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